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Nuove norme per una maggior tutela degli animali selvatici e domestici oggetto di sequestro e confisca e di promuovere centri di recupero e santuari. Lo chiedono Legambiente e altre 8 associazioni con la Carta di Roma.
Da anni lo Stato italiano ha assunto l’obbligo di tutelare e di avere cura, direttamente o indirettamente, degli animali selvatici e domestici oggetto di sequestro e confisca. I suoi compiti sono previsti in diverse norme, dal codice penale ai trattati internazionali e alle direttive comunitarie. Spesso, però, questi impegni non vengono messi in pratica; in particolare, quelli che riguardano la custodia e la gestione degli animali sequestrati o confiscati, perché non sono stati tradotti in norme specifiche su strutture, procedure di autorizzazione, modalità di accoglimento, mantenimento e adozione degli animali ricoverati, né in finanziamenti adeguati.
Per questo, il 3 marzo, in occasione della Giornata della natura indetta dalle Nazioni Unite, Legambiente ha scritto, insieme ad altre otto associazioni (Enpa, il Rifugio degli asinelli, Italian horse protection, Lav, Lega nazionale per la difesa del cane, Lipu Italia, Rete dei santuari di animali liberi in Italia e Wwf Italia) al presidente del consiglio dei ministri Paolo Gentiloni, al ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti, al ministro della Salute Beatrice Lorenzin e al presidente della conferenza delle Regioni e delle Province autonome Stefano Bonaccini, per sollevare l’urgenza del problema e presentare la Carta di Roma per il recupero degli animali salvati non a fini di lucro. Un documento redatto e sottoscritto dalle nove associazioni per sollecitare la necessità di un piano nazionale d’azione che affronti adeguatamente l’enorme sofferenza animale causata da illegalità e criminalità, un nuovo quadro normativo per il riconoscimento e la promozione dei centri di recupero e i santuari degli animali, che tuteli e renda effettiva la loro funzione di interesse collettivo.
Infatti, le strutture di cura e di recupero sono poche e ancora oggi accade che gli animali, una volta posti sotto sequestro, siano lasciati agli indagati per assenza di strutture di accoglienza. Oppure, in alcuni casi, vengono re-immessi nel circuito commerciale dello sfruttamento da cui sono appena stati sottratti, in aperta contraddizione con le normative di tutela. È il caso, per esempio, di animali selvatici esotici confiscati ai circhi e riallocati presso gli zoo.
Ma ci sono anche i cani, i gatti, i cavalli, i bovini e i suini che vengono sequestrati o confiscati a canili lager o a aziende zootecniche e per i quali occorre trovare adeguata accoglienza. Il fenomeno è drammaticamente in crescita, può coinvolgere anche centinaia di animali per ogni singolo sequestro e riguardare intere strutture. E il più delle volte, ad oggi, le possibilità di accoglienza non riescono a rispondere a questi grandi numeri.
Solo per farsi un’idea, i dati forniti dalle procure della Repubblica indicano che in Italia, solo per maltrattamento, nel 2013 sono stati aperti oltre 8mila fascicoli, dai quali si stimano non meno di 27mila animali sequestrati, mentre, sempre per lo stesso anno, dai dati dei Servizi veterinari delle aziende sanitarie si stimano non meno di 25mila animali selvatici ricoverati nelle differenti strutture.
È chiaro che le associazioni di volontariato non possono supplire interamente al disimpegno di chi ha il dovere verso la collettività di garantire l’applicazione delle norme vigenti a tutela degli animali. Lo Stato non ha finora espresso la volontà di elaborare una strategia complessiva di intervento e ha invece determinato il fallimento dei pochi strumenti in vigore, come il Fondo nazionale per il reimpiego delle sanzioni per i maltrattamenti. Ma è ora cambiare.
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