Manuel Pulgar-Vidal del Wwf. La dipendenza dal carbone è come quella dall’alcol, ci vuole una terapia d’urto

Il Wwf è tra le organizzazioni che più si sono battute per la messa al bando del carbone tra le fonti di energia. Così abbiamo chiesto un parere a Manuel Pulgar-Vidal, responsabile della campagna clima ed energia, sull’alleanza internazionale per il phase out.

Presidente della Cop 20, la conferenza sul clima che si è tenuta nel 2014 a Lima ed ex ministro dell’Ambiente del Perù, Manuel Pulgar-Vidal è ora responsabile della campagna clima ed energia del Wwf International nominato, tra l’altro, dall’attuale direttore internazionale, l’italiano Marco Lambertini. Pulgar-Vidal è tra coloro che hanno contribuito al lancio, durante la Cop 23 di Bonn, della Powering past coal alliance, l’alleanza di circa 20 paesi per il superamento dell’uso del carbone entro il 2030. Lo abbiamo incontrato proprio a Bonn, in Germania, nell’ultimo giorno dei lavori cercando di capire come mai si faccia ancora così fatica a dire addio al combustibile fossile più sporco al mondo nonostante tutti sappiano che questa è l’unica via percorribile.

Manuel Pulgar-Vidal
Manuel Pulgar-Vidal è responsabile della campagna clima ed energia del Wwf International © Carl Court/Getty Images

Alla Cop 23 di Bonn è stata presentata l’alleanza internazionale per l’uscita dal carbone entro il 2030. Lei e il Wwf avete accolto con favore la notizia. Del resto il Wwf si batte da tempo per la sua messa al bando, il phase out, entro il 2025. È ottimista su questo nuovo tentativo?
Senz’altro. I paesi della High ambition coalition (la coalizione di oltre cento stati nata nel 2015 a Parigi, ndr) insieme a molti altri hanno stabilito un termine preciso per l’addio al carbone: è un messaggio potente per il mondo. È frutto di una volontà politica, ma anche di una richiesta avanzata dai cittadini.

Poco prima dell’inizio della Cop 23, 25mila persone per le strade di Bonn hanno chiesto di mettere fine all’era del carbone, subito. È chiaro che non possiamo progredire se facciamo ancora affidamento sul carbone come fonte di energia. Un messaggio da parte di vari paesi, tra cui il Regno Unito, il Canada e il Messico, per interrompere questo ciclo è un ottimo segnale per il mondo. Significa affrontare quella che è una minaccia politica attuale, proveniente soprattutto dagli Stati Uniti, dove il presidente Trump pensa che bisognerebbe tornare agli impianti di carbone: una sorta di viaggio nel passato. Durante la Cop 23 ho usato questa frase più di una volta: non si può combattere l’alcolismo con più alcol. Allo stesso modo, non si può contrastare i cambiamenti climatici con più carbone. Questo è il primo passo, che deve avere un termine preciso per poi essere seguito da altre azioni.

Gradualmente dobbiamo stabilire tutte le possibili soluzioni e combinare questo messaggio potente con delle misure specifiche, per esempio rafforzando il dibattito sul carbon pricing e compiendo più sforzi nell’eliminazione dei combustibili fossili. Il messaggio della coalizione è un chiaro messaggio politico: per esempio, in un momento in cui in Germania si sta formando un nuovo governo, manda un chiaro segnale alla cancelliera tedesca Angela Merkel. I leader internazionali stanno dicendo che il dibattito sui cambiamenti climatici deve essere affrontato a partire dai vari paesi e la Germania deve cominciare un processo di eliminazione graduale del carbone. Si tratta di un tema che verrà affrontato alla Cop 24 in Polonia, perché la Polonia è un paese che fa affidamento sul carbone. Spero che questi elementi possano essere correlati in modo che a Katowice avremo una scadenza più specifica per il phase out.

Come ha anticipato, tra i circa 20 Paesi che hanno aderito mancano due pedine fondamentali, quali Germania e Polonia. Cosa si può fare per convincerli?
Dobbiamo insistere giorno per giorno con i paesi industrializzati sul fatto che ci aspettiamo che decidano una data per l’abbandono definitivo del carbone. E di nuovo, la dichiarazione della High ambition coalition è un chiaro messaggio nei loro confronti. Sono pienamente d’accordo con l’idea che sia necessaria una campagna più ampia e globale, su base giornaliera. Finora, si è trattato più di una campagna europea, separata da quella statunitense. Bisogna estenderla al resto del mondo perché è necessario affrontare le diverse minacce che il carbone porta con sé. Per esempio, qual è la relazione tra l’estrazione del carbone e lo sviluppo di problemi di salute? In questo senso dovremo unire i nostri sforzi con quelli dell’Organizzazione mondiale della sanità e delle organizzazioni sanitarie regionali per fornire più dati e informazioni ai cittadini e comunicare in modo incisivo che il carbone è una minaccia per i cambiamenti climatici, ma lo è ancor più per la salute umana.

La protesta di una ong tedesca in una miniera di carbone
La protesta di una ong tedesca in una miniera di carbone (Rhineland) poco prima che iniziassero i lavori della Cop 23 sul clima © Sean Gallup/Getty Images

Ci sono molte persone che lavorano nel settore del carbone, perciò l’unico modo di progredire è sviluppare delle misure di transizione con il gas, perché dobbiamo far fronte ai bisogni di queste persone dando loro incentivi per passare alle energie pulite. Per abbandonare definitivamente il carbone avremo bisogno di rafforzare e migliorare le nostre azioni in relazione alle energie rinnovabili. Abbiamo già visto come i prezzi siano calati in un lasso di tempo incredibilmente breve, e che le rinnovabili possono creare posti di lavoro più velocemente rispetto ai combustibili fossili. È chiaro che con queste informazioni in mano possiamo proporre una transizione più forte tramite il gas. In molti casi, le decisioni vengono prese sulla base della sicurezza energetica, perché i paesi sono abituati a bruciare carbone, dato che hanno molte riserve e ci sono parecchie persone impiegate nel settore.

Quindi, quello che dobbiamo fare è includere i cambiamenti climatici nelle politiche di sicurezza energetica. Dobbiamo anche definire dei metodi chiari per far capire che il carbone, e la sua estrazione, vanno a intaccare aree sensibili, per esempio in Colombia, dove ci sono conflitti locali associati alle miniere di carbone. L’idea è che la campagna debba essere più ampia e portata avanti su scala globale, per spiegare al mondo che non ci sono altre opzioni se non quella di eliminare gradualmente il carbone.

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L’Italia invece c’è e di recente ha annunciato di voler abbandonare il carbone entro il 2025. Non è troppo tardi per un paese che potrebbe vivere già oggi di sole energie rinnovabili? Sarebbe meglio se tutti i paesi decidessero di eliminarlo entro il 2020. Ma dobbiamo anche essere realistici. Penso sia una buona cosa che le nazioni stabiliscano un termine esatto per l’abbandono del carbone. Poi giorno dopo giorno, anno dopo anno, e in relazione agli altri trattati che vengono stipulati – il quadro internazionale relativo alla Cop, questo tipo di dichiarazioni, l’assistenza tecnica e il rafforzamento delle capacità, le misure di transizione con il gas, il rafforzamento delle energie pulite – probabilmente tutto questo renderà le scadenze più vicine. Per questo è bene stabilire una prima data, e nel frattempo continuare a lavorare affinché le nazioni prendano le decisioni prima, piuttosto che dopo.

Sono già passati tre anni dalla conferenza di Lima, la Cop 20 da lei presieduta. Come stanno proseguendo negoziati sul clima rispetto alle sue aspettative?
La mia esperienza alla Cop 20 è stata quella di spingere verso l’accordo che abbiamo poi raggiunto alla Cop 21. Le aspettative odierne sono maggiormente collegate all’attuazione dell’Accordo di Parigi, e gli abitanti delle Figi meritano un riconoscimento in questo senso perché hanno impiegato tutti i loro sforzi per raggiungere il risultato che ci aspettavamo. Tutto quello che abbiamo ottenuto alla Cop 23, tuttavia, non sarà utile se non verrà consolidato durante la prossima. Prima di tutto, una decisione chiara a partire dal dialogo di Talanoa è essenziale, perché tutti i paesi dovranno mettere sul tavolo e discutere di come hanno proceduto finora in termini di mantenimento delle promesse.

In secondo luogo, è importante realizzare almeno una bozza che stabilisca delle linee guida per l’implementazione dell’Accordo di Parigi, perché l’unico modo per raggiungere i suoi obiettivi è basarsi sulla trasparenza e sull’apertura. Anche le azioni pre-2020 sono cruciali, perché sappiamo che molti dei paesi industrializzati non sono necessariamente coinvolti. Quindi dobbiamo spingerli a mantenere le loro promesse anche prima dell’inizio delle verifiche dei risultati. Altri auspici – dal momento che stanno andando molto bene – sono la realizzazione dell’Ocean pathway per la salvaguardia degli oceani, del Gender and climate working plan per la parità di genere e di una piattaforma per i popoli indigeni. Questi sarebbero risultati molto importanti.

Com’è nata la sua collaborazione con il Wwf, che tra l’altro è diretto dall’italiano Marco Lambertini? E come si inserisce all’interno del suo percorso personale – prima ministro, ora con una ong – per la difesa del clima?
Ho iniziato a far parte di questo mondo 31 anni fa. Ero membro di un’organizzazione non governativa ed essendo un avvocato ero direttore esecutivo della Peruvian society for environmental law, che lo scorso anno ha celebrato 30 anni di attività. Nel 2011 l’allora presidente del Perù mi ha chiesto di diventare ministro. A quel tempo avevo sviluppato molte strategie politiche per affrontare i cambiamenti climatici, per esempio lavorando con il Congresso peruviano. Sono stato ministro per quasi cinque anni, poi sono tornato a lavorare per la società civile. Il Wwf ha 102 uffici, un grande network e molte potenzialità. Ha la capacità e il potere di spingere davvero il mondo verso la sostenibilità.

Berlino proteste Trump
Una manifestazione a Berlino contro l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi ©Sean Gallup/Getty Images

Cosa ci dice della situazione politica che stanno vivendo gli Stati Uniti su clima e ambiente?
Il Wwf statunitense è l’attore più attivo nel promuovere iniziative. Ha dimostrato la sua abilità nel mobilitare l’azione sul clima nonostante le minacce politiche. Le azioni sul fronte dei cambiamenti climatici da parte delle aziende, del mondo accademico e della società civile sono parte di un processo irrefrenabile e irreversibile.

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