Uno studio condotto in India ha osservato che sostituendo i fertilizzanti chimici con quelli organici, le verdure riacquistano i nutrienti persi in decenni di agricoltura intensiva.
La siccità prima e le basse temperature poi hanno compromesso la produzione di miele italiana. E sul miele importato nella Ue, un’indagine sospetta frodi in quasi la metà dei campioni.
Un freddo anomalo fuori stagione seguito a un lungo periodo di siccità: è questa la combinazione climatica che ha fatto registrare nei mesi di aprile e maggio un calo fino all’80 per cento della produzione di miele rispetto allo scorso anno quando già si era calcolata la perdita di un vasetto di miele su quattro (-23 per cento) in confronto al decennio passato.
I dati arrivano dall’Osservatorio nazionale miele e Coldiretti, con l’associazione di agricoltori che sottolinea come il clima della scorsa primavera (la stagione clou per la produzione di miele) abbia impedito alle api di volare e abbia danneggiato i fiori con conseguenze gravi: “Le difficoltà delle api sono un pericolo grave per la biodiversità considerato che quelle domestiche e quelle selvatiche sono responsabili del 70 per cento della riproduzione di tutte le specie vegetali; ben 3 colture alimentari su 4 dipendono in una certa misura per resa e qualità dall’impollinazione fornita dalle api, tra queste ci sono le mele, le pere, le fragole, le ciliegie, i cocomeri e i meloni”.
Con una produzione italiana ridotta, si ricorre sempre di più al miele estero: nel 2022 l’Italia ha importato 26,5 milioni di chili di miele, con gli arrivi dalla Turchia cresciuti del 146 per cento, dalla Cina del 66 per cento, dalla Romania del 134 per cento e dall’Ucraina dell’83 per cento. Cina e Turchia sono però i paesi che, secondo l’indagine europea From the hives, registrano il più alto numero di partite importate sospettate di adulterazione, ovvero di miele addizionato con acqua o sciroppo di zucchero, per aumentare il volume del prodotto e abbassarne il prezzo (e di conseguenza anche la qualità). Il miele adulterato può contenere anche additivi e coloranti e si tende a mascherarne la vera origine geografica. In generale, quasi 1 campione su 2 (46 per cento) di miele importato nell’Unione europea tra il 2021 e il 2002 è risultato adulterato (un dato in crescita rispetto al 14 per cento del 2015-2017), confermando così i sospetti.
Alla luce di questa indagine, le associazioni Copa e Cogeca hanno chiesto l’obbligo di menzione dei rispettivi paesi di origine del miele con quote percentuali in ordine decrescente e di aggiornare i metodi di controllo a disposizione delle autorità nazionali per l’individuazione delle frodi nel miele.
Attualmente la provenienza del miele è indicata in questo modo: “Italia” o “miele italiano” per le confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale dove la produzione e la vendita sono fatte nella maggior parte dei casi direttamente dagli apicoltori; “miscela di mieli originari della Ue” con il nome dei paesi europei quando il miele è stato raccolto nei paesi Ue; “miscela di mieli non originari della Ue” con il nome dei paesi quando il miele è stato raccolto fuori dai confini europei; “miscela di mieli originari e non originari della Ue”, con l’indicazione dei nomi dei paesi quando si tratta di un mix di miele europeo ed extracomunitario.
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