CO2 “d’asporto”, la parziale vittoria di Greta Thunberg per la responsabilità degli stati

Le Nazioni Unite hanno dato in parte ragione a Greta Thunberg, ammettendo la responsabilità “globale” degli stati per le emissioni di CO2.

L’attivista svedese Greta Thunberg e altri quindici ragazzi di età compresa tra 8 e 17 anni hanno ottenuto una parziale vittoria in una causa intentata presso il Comitato sui diritti dell’infanzia. Nel 2019, i giovani avevano adito l’organismo delle Nazioni Unite con l’obiettivo di denunciare l’inazione di cinque governi di fronte ai cambiamenti climatici. Francia, Germania, Argentina, Brasile e Turchia erano così finite sul banco degli imputati, accusate di non garantire il rispetto dell’Accordo di Parigi.

La decisione sulle emissioni del Comitato non è vincolante

Il Comitato – composto da 18 esperti – con una decisione definita “storica”, benché non vincolante, ha ammesso “gli effetti nefasti del riscaldamento globale sui diritti dei bambini”, specificando che “uno stato può essere ritenuto responsabile dell’impatto negativo delle emissioni di gas ad effetto serra sia all’interno che all’esterno del proprio territorio”. Più nello specifico, è stato ritenuto che le sostanze inquinanti disperse nell’atmosfera rappresentano un problema “anche per i diritti dei bambini che vivono al di fuori delle frontiere di tali nazioni”.

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L’attivista svedese Greta Thunberg © Minas Panagiotakis/Getty Images

La ragione per la quale Greta Thunberg e gli altri 15 ragazzi avevano denunciato quelle cinque nazioni e non le nazioni meno virtuose in termini di emissioni di gas climalteranti (Cina e Stati Uniti in testa) è legata a ragioni meramente legali. La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza fu infatti adottata nel settembre del 1990 e successivamente ratificata da 196 paesi. Ma per far sì che l’azione legale sia accettata dalle Nazioni Unite, è necessario che essa sia rivolta a quelle nazioni che hanno anche ratificato un protocollo aggiuntivo che è stato adottato da sole 45 nazioni.

Le Nazioni Unite non si sono potute esprimere sui singoli casi

La decisione del Comitato, come detto, non è in alcun modo vincolante. Tuttavia, i paesi che hanno ratificato il protocollo si sono impegnati, di fatto, a rispettarne le raccomandazioni. E l’organismo delle Nazioni Unite ha sottolineato come i cinque governi in questione esercitino “un controllo diretto sulle attività che provocano emissioni”. “La natura collettiva delle cause dei cambiamenti climatici – ha riassunto Ann Skelton, membro del Comitato – non può esonerare ciascuno stato dalle proprie responsabilità individuali”.

La vittoria da parte di Greta Thunberg e degli altri giovani attivisti resta tuttavia parziale, poiché il Comitato non ha potuto esprimersi sui singoli casi di Francia, Germania, Argentina, Brasile e Turchia. Ciò in quanto, per poterlo fare, occorre che prima siano state sondate tutte le altre vie di ricorso presso la giustizia ordinaria. Le Nazioni Unite, in altri termini, possono rappresentare solo un’ultima istanza.

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