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L’evoluzione del modello di business in ottica sostenibile si orienta sempre di più verso lo storydoing: saper raccontare il proprio cambiamento determina un importante vantaggio competitivo.
Il mondo dell’occupazione, delle imprese, il sistema economico in generale stanno attraversando una fase storica simile a quella vissuta nel secondo dopoguerra, ma questa volta gli sforzi sono tutti concentrati nel cercare di salvare l’intero Pianeta dalla crisi climatica. Per farlo bisogna puntare decisi verso la sostenibilità, che non è solo un concetto, ma un percorso concreto che deve rivoluzionare ogni settore dell’economia, ogni impresa e – al suo interno – ogni divisione aziendale.
Ci vuole una riforma del modello di business in grado di integrare, al suo interno, competenza e professionalità sui temi dell’economia circolare, intesa come sostenibile. Una riforma che crei valore economico, ambientale e sociale anche per la comunità, a prescindere dal fatto se l’oggetto è un prodotto o un servizio.
Questo è il vero concetto di economia circolare. Dobbiamo slegarci dall’idea che sia sufficiente trasformare un rifiuto in risorsa. Non basta smettere di affidarsi a prodotti usa e getta, come la plastica monouso, per pensare di aver completato il proprio percorso verso la sostenibilità, perché lo sviluppo sostenibile è – appunto – un cammino.
Prima c’era la corporate social responsibility, poi è arrivato il prodotto, il marketing e infine l’acquisto. Fondamentale è investire anche sulla tracciabilità e sulla ricerca per lo sviluppo di nuove filiere, nuovi prodotti e servizi. Eppure, sotto questo aspetto, c’è ancora molto lavoro da fare, c’è una grande lacuna da colmare. Oggi è complesso trovare persone giovani e competenti sui temi legati alla sostenibilità – seppur motivate e ispirate – da inserire in azienda e far crescere. Per questo è pratica diffusa appoggiarsi su fornitori esterni con competenze verticali su singole tematiche della sostenibilità.
Il mondo accademico e universitario offre delle opportunità, ma deve recuperare terreno nell’elaborare piani formativi trasversali sui temi dell’economia circolare. Al contrario, la domanda da parte delle aziende, degli imprenditori verso questo tipo di figure specializzate è in costante aumento. Per un giovane che si affaccia al mondo del lavoro, saper cogliere questa sfida significa avere la possibilità di scegliere in un mondo di offerta professionale aperto al cambiamento. Acquisti, logistica, marketing, comunicazione corporate. Non c’è un’azienda che non abbia bisogno di sostegno e di professionisti, così come non c’è una divisione interna a un’impresa che sia esente dal cambiamento. Dalle analisi quantitative a quelle qualitative, dalla ricerca fino alla capacità di comunicare e raccontare ciò che si fa. Per ogni competenza è necessario capire e saper maneggiare i valori e gli obiettivi dello sviluppo sostenibile.
Grazie a @enearoveda AD di @lifegate e a tutti coloro che hanno contribuito alla stesura di “100 green jobs per trovare #lavoro” @tessagelisio e @marco_gisotti. https://t.co/D79gFsfPRJ #sostenibilità #greenjobs #green #lifestyle #ambiente #economia #lavoro pic.twitter.com/bpB6RZG65Y
— EdizioniAmbiente (@EdAmbiente) December 10, 2019
In questa fase di transizione – e soprattutto per accelerarla – LifeGate da anni offre strumenti concreti per implementare la sostenibilità all’interno (e all’esterno) di un’impresa, supportandola con un metodo in grado di migliorare la performance sociale e ambientale attraverso la definizione di un piano strategico e la messa in opera di azioni concrete nella gestione delle varie anime e attività. Il tutto grazie a un network nato nel 2000 composto da una testata giornalistica online, una radio e una community attenta e informata è anche in grado di accompagnare l’impresa nell’ultimo miglio, il più insidioso: quello della comunicazione.
Oggi presentiamo il terzo Osservatorio Milano sostenibile. #MiSoste19 https://t.co/948RwfEoqS pic.twitter.com/OPFwxSKl9L
— LifeGate (@lifegate) October 16, 2019
Anche i settori della moda e del design stanno vivendo una rivoluzione al loro interno seppur con qualche anno di ritardo rispetto a settori storicamente inclini al cambiamento in chiave sostenibile come quello alimentare, energetico o della mobilità. La tecnologia offre soluzioni concrete. La blockchain, ad esempio, fornirà ad ogni capo d’abbigliamento un’etichetta “parlante”, digitale. Un’etichetta in grado di far capire alle persone com’è stato prodotto quel vestito, quella t-shirt. Non solo: la transizione verso un modello sostenibile e circolare significa anche trasformare il prodotto in servizio ripensando i materiali, la loro durata, la possibilità di scomporli e riutilizzarli. Se fino ad oggi i modelli di riferimento nella moda sono stati il potere di acquisto e del possesso, domani i valori saranno la condivisione e la sostenibilità.
A tal fine, fondamentale è spostare la propria visione dallo “storytelling” allo “storydoing”. Non si possono più raccontare solo storie, oggi la competizione non è più tra chi racconta meglio di altri, ma tra chi sa raccontare meglio ciò che già fa. Chi racconta senza aver approcciato il cambiamento rischia grosso, e gli altri rimangono alla finestra.
In conclusione si può dire che la riforma del modello di business è inarrestabile e la crisi climatica non ha fatto altro che renderci consapevoli della velocità con cui questa deve avvenire. Il cambiamento non può attendere, che ci piaccia o no, come direbbe l’attivista svedese Greta Thunberg. E il percorso di miglioramento sarà lungo e costante. Per questo chi ha già cominciato avrà un vantaggio competitivo notevole, ma per gli altri non è ancora troppo tardi. La trasformazione verde è inclusiva e non lascia indietro nessuno.
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