Un giorno a bordo di una nave di Greenpeace, com’è cambiata l’organizzazione ambientalista

Durante una giornata a bordo della nave Arctic Sunrise, gli attivisti di Greenpeace raccontano il passato e il futuro dell’associazione ambientalista nota in tutto il mondo.

Hanno ancora senso le lotte di Greenpeace? Cosa sta facendo negli ultimi tempi l’organizzazione ambientalista che fino all’inizio degli anni Duemila era conosciuta per il suo attivismo provocatorio e le azioni di protesta al limite della legalità? A queste e altre domande hanno risposto gli attivisti della Arctic Sunrise, la nave dell’ong ambientalista ormeggiata nei giorni di fine agosto nel porto di Long Beach, vicino a Los Angeles, in California. I dirigenti di Greenpeace ci tengono a precisare che lo spirito combattivo dei primi anni non si è perso, anche se ora il “campo di battaglia” per avviare un cambiamento si è spostato soprattutto negli uffici delle multinazionali e dei governi. Il ricordo dei tempi passati però è ancora vivo.

La storia di Greenpeace e delle sue lotte

Greenpeace venne fondata nel 1971 a Vancouver, in Canada, sulla scia rivoluzionaria del Sessantotto: in quegli anni una maggiore stabilità nella vita di tutti i giorni permise anche ai normali cittadini di interessarsi a tematiche che riguardavano il contesti in cui erano inseriti, e non necessariamente aspetti della vita personale: come le condizioni dell’ambiente e degli animali che popolano la Terra.

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Da subito l’associazione, inizialmente formata da volontari che ancora oggi costituiscono il cuore pulsante di Greenpeace, si fece conoscere in tutto il mondo per le sue proteste contro le multinazionali del petrolio, l’inquinamento dei mari e il maltrattamento di flora e fauna. In special modo a partire degli anni Ottanta Greenpeace salì alla ribalta per i suoi metodi diretti e plateali: fermare navi in mezzo agli oceani od occupare gli edifici di aziende nemiche divenne il marchio di fabbrica dell’organizzazione e ne aumentò la fama in tutto il mondo. Oggi Greenpeace conta circa tre milioni di membri a livello globale, ma negli ultimi anni è gradualmente sparita dall’occhio dei riflettori, complice una maggiore stabilità interna e l’aumento di gruppi ambientalisti simili.

Un giorno a bordo della Arctic Sunrise

“Ricordiamo bene quel tipo di proteste” dice John Hocevar, biologo marino e direttore della sezione di Greenpeace dedicata alla salute degli oceani. A bordo della nave Arctic Sunrise insieme a lui ci sono altri quindici attivisti, arrivati in California per parlare del problema dell’inquinamento da plastica. Nel corso dei viaggi intrapresi dall’imbarcazione, ai sedici membri dell’equipaggio si aggiungono di volta in volta scienziati, biologi, fotografi e altre persone interessate alle lotte intraprese da Greenpeace. Dopo essere stata nell’Artico e dopo aver studiato da vicino l’isola composta da rifiuti Pacific trash vortex, la Arctic Sunrise sta facendo un tour per parlare dei problemi portati dall’utilizzo di plastica.

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“È doveroso chiarire che la plastica è cancerogena. Fa male ai pesci e agli animali che mangiano le microparticelle rilasciate dagli oggetti in decomposizione e che poi finiscono sulle nostre tavole. La plastica non sparisce mai del tutto e anche i gas che rilascia durante la decomposizione sono nocivi per l’ambiente. I nostri mari sono pieni di plastica e penso che fra dieci anni guarderemo ad essa come facciamo ora con l’amianto. Non sarà più utilizzata”, sostiene Hocevar. Di recente aziende come Starbucks hanno fatto parlare di sé per la decisione di abbandonare l’utilizzo di cannucce di plastica, una campagna portata avanti da Greenpeace insieme alla lotta contro le buste di plastica usate nei supermercati. Questa e altre iniziative sono nate proprio in seguito agli studi fatti da volontari e staff di Greenpeace che, più silenziosamente di quanto fatto in passato, continuato a combattere per far sì che le grandi aziende scelgano metodi ecosostenibili.

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La plastica nel pesce pescato e nei supermercati

La guerra contro la plastica sembra essere oggi il punto focale del movimento, con il raggiungimento di un’economia ecostostenibile come obiettivo finale.

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L’oceano Pacifico è al centro delle ricerche che si fanno sulla Arctic Sunrise: la purezza dell’acqua e la salute dei pesci vengono esaminate costantemente. Con un microscopio e un contenitore filtrato, tre studiose analizzano l’acqua prelevata qualche giorno fa al largo di Los Angeles. Fra i vari detriti, indicano un minuscolo pezzettino bianco non più largo di un centimetro: “Ecco quello è un pezzo di microplastica. Sembra innocuo ma può finire nello stomaco di un pesce e da lì sulle nostre tavole” spiega una di loro. A queste lamentele fa seguito David Pinsky, un membro di Greenpeace che si occupa proprio di pesce pescato e della sua distribuzione: “Ogni anno pubblichiamo un trattato sulla situazione dei prodotti di mare nei supermercati. Col tempo le aziende sono migliorate, ma noi facciamo sì che tutte le leggi, dall’etichettatura alla salvaguardia di specie protette, vengano monitorate”.

Il futuro di Greenpeace

“La generazione dei millennial è più interessata di quello che si crede all’ambiente e alla salute della Terra. Loro danno per scontato che il pianeta vada protetto e che da ciò dipenda il loro futuro”, assicura Pinsky. Una società maggiormente informata e l’arrivo negli anni di altre associazioni ambientaliste, sulla nave era presente anche Surfrider, hanno fatto sì che Greenpeace diventasse meno necessaria e presente sui giornali. Ma se la consapevolezza dei comuni cittadini è aumentata, è merito anche di chi queste lotte le ha cominciate ormai cinquant’anni fa. Riguardo le attività di protesta, che comunque vengono portate avanti, Hocevar assicura che il passato non è da dimenticare: “Non credo che il nostro spirito sia cambiato. Ora abbiamo un approccio iniziale diverso e più aperto verso i nostri interlocutori, ma se loro non dovessero ascoltare siamo pronti ad alzare l’asticella dei nostri interventi”.

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