Michela Murgia ci ha lasciati. Un ritratto di Morgana, intellettuale unica

Michela Murgia è morta all’età di 51 anni. Scrittrice, autrice teatrale, critica letteraria, conduttrice, podcaster, politica. Intellettuale poliedrica e non incasellabile. Noi ve la raccontiamo così.

Michela Murgia è morta. Se dovessimo definirla con una sola parola, questa non potrebbe che essere che Morgana, la personaggia narrata dal ciclo arturiano, quella un po’ fata e molto strega, che ha ispirato e dà il titolo al fortunatissimo podcast edito da Storielibere.fm, condotto e scritto dalla stessa autrice in collaborazione con la collega e amica Chiara Tagliaferri dal 2018. Perché, per parafrasare la intro del suo stesso show, Murgia è stata una donna controcorrente e fuori dagli schemi. Nella percezione comune, è stata strana, pericolosa, a volte esagerata e forse anche un po’ stronza, a modo suo difficile da collocare e soprattutto da incasellare. Forse non l’avremmo voluta come amica, forse l’avremmo trovata antipatica e in certi casi fin troppo tagliente, ma poco importa. Il suo obiettivo non è mai stato compiacere nessuno: né il suo pubblico, né tantomeno il potere politico, da cui anzi ha dovuto difendersi svariate volte. Voleva piacere a sé stessa, far sentire la propria voce, e in alcuni casi dare voce a chi non ne ha, in difesa di diritti “invisibili” che invece dovrebbero essere universali. È stata uno spirito totalmente libero, bella e terribile insieme. Unica, come tutte le personagge che ha raccontato.

E dunque, per usare le sue stesse parole: conosciamola meglio, la Morgana di oggi.

Prima della fama

Michela Murgia è nata a Cabras, in provincia di Oristano, il 3 giugno del 1972. Della sua giovinezza e dei sui primi lavori, prima dell’esordio come scrittrice, sappiamo praticamente tutto, anche grazie al “gioco della sinossi del curriculum”. Nell’aprile del 2019, Murgia si è sentita infatti costretta a rispondere all’allora ministro degli Interni Matteo Salvini, che l’ha etichettata in un tweet come ricca intellettuale radical chic e snob lontana dalla realtà, elencando le proprie esperienze scolastiche e lavorative degli esordi.

Michela murgia
Nel corso della sua attività pubblica, Murgia si è spesa diverse volte in difesa dei diritti LGBTQIA+ © Getty Images

Dunque, di Murgia sappiamo che si è diplomata come Perito aziendale nel 1991 e che si è pagata l’ultimo anno di studi superiori lavorando come cameriera stagionale in una pizzeria. Nel 1992 si è iscritta all’Istituto di scienze religiose e nel frattempo ha lavorato come impiegata in una società di assicurazioni. Dal 1993 al 1999 è stata insegnante precaria di religione. Poi, per un anno, ha consegnato cartelle esattoriali con contratto co.co.pro. Dal 2000 è stata dirigente amministrativa in una centrale termoelettrica, da cui si è licenziata nel 2004, quando testimonia contro il proprio datore di lavoro per un grave caso di inquinamento ambientale. Animatrice dell’Azione Cattolica, nel 2004 ha scritto uno spettacolo teatrale rappresentato alla presenza di Papa Giovanni Paolo II nella piana di Loreto al termine del pellegrinaggio nazionale dell’associazione. Tra 2004 e 2005 ha lavorato come cameriera in un albergo al passo dello Stelvio. E infine, nel 2005, ha lavorato in un call center, vendendo aspirapolveri per telefono. Durante questa esperienza, Murgia ha scritto un blog, in cui descrive lo sfruttamento economico e la manipolazione psicologica cui sono sottoposti le lavoratrici e i lavoratori precari che lavorano per la compagnia. Le pagine del blog sono diventate, nel 2006, il primo libro di Murgia, Il mondo deve sapere (Einaudi). Prima che il testo diventasse un successo editoriale da cui vengono tratti un’opera teatrale e il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti, Murgia ha lavorato ancora per un anno come portiera notturna in un hotel e nel frattempo, di giorno, ha scritto un altro blog, Il mio Sinis, in cui descrive la penisola sarda in provincia di Oristano con racconti e fotografie.

Murgia intellettuale: scrittrice, autrice teatrale, conduttrice e podcaster

Dal 2007 in poi, Michela Murgia è riuscita a guadagnarsi da vivere grazie ai suoi scritti e al suo impegno come intellettuale e critica letteraria. In quell’anno è tra i 42 autori di Cartas de logu: scrittori sardi allo specchio. Nel 2008 ha pubblicato Viaggio in Sardegna (Einaudi), una guida letteraria ai luoghi insoliti dell’isola. Del 2009 è un altro successo editoriale, Accabadora, una storia che affronta i temi dell’eutanasia e dell’adozione nella Sardegna degli anni Cinquanta. Con questo romanzo, Murgia ha vinto il Premio Dessì, il Premio Mondello e il Premio Campiello. Nel 2011 ha pubblicato, ancora per Einaudi, il saggio Ave Mary. E la chiesa inventò la donna (Einaudi), quasi da subito primo in classifica per la saggistica. Già da questi lavori, sono chiare le posizioni di Murgia sui temi dei legami familiari “di fatto”, del diritto di decidere per il proprio fine vita, e sugli stereotipi legati al mondo femminile, rafforzati dalla tradizione cattolica.

E ancora: nel 2012 ha pubblicato il romanzo L’incontro (Einaudi) e il racconto L’aragosta all’interno dell’antologia Piciocas. Storie di ex bambine dell’Isola che c’è (Caracò Editore). Del 2013 è L’ho uccisa perché l’amavo: falso! (Laterza), un pamphlet scritto a quattro mani con Loredana Lipperini sul tema del femminicidio. Nel 2015 Murgia è tornata al romanzo con Chirù (Einaudi), storia di un amore tra un giovane e una donna molto più grande.

L’attività di Murgia tra 2016 e 2017 è stata molto intensa: pubblica il saggio Futuro Interiore (Einaudi), sui temi dell’identità, del potere e della democrazia; per la produzione del Teatro di Sardegna, ha scritto Cento, distopia in tre atti, e il monologo Spadoneri; al Centro Congressi Giovanni XXIII di Bergamo viene realizzata la lettura scenica del suo testo Caterina da Siena, scritto con Elena Maffioletti; ha avuto una rubrica di recensioni quotidiane – e piuttosto ficcanti – all’interno del programma Quante Storie di Rai 3 condotto da Giorgio Zanchini; e poi ha condotto, sempre su Rai 3, le sei puntate del programma di politica, attualità e cultura Chakra.

Sempre nel 2017, il suo testo Festa nazionale è inserito nel progetto collettivo Ritratto di una nazione, cui ha partecipato con diversi altri drammaturghi italiani. Nello stesso anno, al Teatro Biblioteca Quarticciolo viene portato in scena il suo testo Accabadora.

Michela murgia
Per Michela Murgia famiglia sono legami che vanno oltre il sangue, dove invece si condividono affetto, responsabilità, doveri e atti di cura reciproca © Getty Images

Murgia ha scritto nel 2018 il pamphlet politico Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi), poi tradotto in cinque lingue e divenuto spettacolo teatrale. Nello stesso anno ha portato in scena anche Dove sono le donne, sull’assenza di rappresentanza del genere femminile nella politica, nella magistratura, nella cultura. Sempre del 2018 è L’inferno è una buona memoria, che riporta suggestioni da “Le nebbie di Avalon”, di Marion Zimmer Bradley. È forse da qui che si inizia a intravedere la passione e l’interesse dell’autrice per la maga sorellastra di Artù e per tutte le altre donne controcorrente, che diventano protagoniste del suo podcast, come già accennato scritto e co-condotto con Chiara Tagliaferri. E infatti, nel 2019 le due hanno pubblicato per Mondadori Morgana, storie di ragazze che tua madre non approverebbe e nel 2021 Morgana. L’uomo ricco sono io.

Sempre del 2019 è Noi siamo tempesta (Salani), con cui ha vinto il premio Morante e la menzione speciale della giuria del premio Andersen. Tra 2019 e 2020 ha condotto su Radio Capital la trasmissione serale quotidiana TgZero, insieme a Edoardo Buffoni.

A proposito di TgZero, una delle puntate più note è certamente quella del 24 giugno 2020, con ospite lo psichiatra Raffaele Morelli, divenuta poi virale. Murgia gli ha chiesto conto di alcune frasi sessiste: “Il femminile è il luogo che trasmette il desiderio. […] La donna suscita il desiderio, guai se non fosse così”. Mentre cerca di spiegare alla conduttrice “la radice del femminile”, perché “le bambine giocano con le bambole già dagli albori”, Morelli, sentendosi incalzato, ha urlato a Murgia “Zitta e ascolta!”. L’episodio ha scatenato polemiche e riflessioni e ha fatto da spunto a uno degli ultimi saggi di Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, pubblicato nel 2021 per Einaudi e che sintetizza, appunto in nove frasi dette sovente dagli uomini per zittire le donne, l’essenza della cultura patriarcale in cui siamo immersi. Anche questo libro è diventato uno spettacolo teatrale, nel 2023.

Sempre per Einaidi, ma del 2022 è invece God Save the Queer. Catechismo femminista, il libro con cui l’autrice ha dimostrato non solo che fede cattolica e femminismo non sono in contraddizione tra loro, ma anche che la queerness, in un certo qual modo, è addirittura già sancita dai Vangeli. A questo tema, Murgia e Tagliaferri hanno dedicato l’episodio di Morgana “Maria di Nazaret”.

L’ultimo libro pubblicato da Murgia, a maggio del 2023, è stato Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi (Mondadori), costituito da dodici racconti scritti dall’autrice dopo aver ricevuto la diagnosi di tumore al quarto stadio.

Michela Murgia in politica

Tutta l’attività di Michela Murgia come personaggia pubblica può dirsi politica. Però non possiamo dimenticare che per un po’, l’autrice alla politica “classica” ci si è dedicata veramente. Nel 2007 ha supportato la candidatura di Mario Adinolfi alle elezioni primarie del Partito Democratico. Nel 2010 si è detta sostenitrice dell’indipendenza della Sardegna e ha simpatizzato prima per il movimento iRS – Indipendentzia Repubrica de Sardigna, e poi per il partito indipendentista ProgReS – Progetu Repùblica de Sardigna. Si è candidata come Presidente alle elezioni sarde del 2014, arrivando terza, mentre alle Europee del 2019 ha sostenuto la Sinistra (Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, L’Altra Europa con Tsipras).

La malattia, il femminismo, l’antifascismo: l’impegno civile e politico di Murgia

Per raccontare le lotte di Murgia e i temi a lei cari, partiamo dalla fine. Partiamo dal 6 maggio 2023, da quando cioè l’autrice ha rilasciato un’intervista al giornalista Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, raccontando di avere un carcinoma renale al quarto stadio. Il cancro non è purtroppo una malattia nuova per l’autrice: ne è colpita (e poi guarita) anche nel 2014. Dopo aver trascurato i controlli a causa delle restrizioni imposte per il Covid-19, la malattia si è ripresentata più aggressiva di prima. Dal quarto stadio – afferma Murgia – non si torna indietro.

La prospettiva della morte imminente non è stata per Murgia motivo di abbattimento, anzi. È diventata un pretesto per vivere più intensamente, per non stare zitta, non fermarsi davanti a niente, dire e fare tutto quello in cui crede, combattendo le proprie battaglie con intensità ancora maggiore.

 

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La queerness (e la lotta per i diritti LGBTQIA+)

Dopo aver toccato il tema delle famiglie di fatto nei suoi libri, Michela Murgia ha parlato apertamente della propria famiglia queer, spiegando anche il termine sui propri social. Far parte di una famiglia queer significa andare oltre il concetto monogamico di coppia – Murgia ci ha provato dal 2010 al 2014 con l’informatico Manuel Persico, pur sapendo che il matrimonio non faceva per lei – e instaurare legami che vanno oltre il sangue, dove invece si condividono affetto, responsabilità, doveri e atti di cura reciproca. Grazie a questo atto di Murgia, il tema è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico.

 

 

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Nell’ultimo periodo della sua vita, dunque, l’autrice ha acquistato una casa per riunire sotto lo stesso tetto tutti i 10 membri della sua famiglia queer. Poiché però lo Stato italiano non riconosce ancora la validità di questo tipo di legami, oltre ad aver fatto testamento, Murgia ha deciso di sposare in seconde nozze uno dei membri della famiglia allargata, l’attore e regista Lorenzo Terenzi, “affinché ci sia qualcuno che possa decidere per me quando sarà il momento”. La festa di matrimonio, svoltasi nel giardino di casa, è stata anch’essa un manifesto della queerness, anche grazie agli abiti disegnati da Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior.

Nel corso della sua attività pubblica, Murgia si è spesa diverse volte in difesa dei diritti Lgbtqia+ e per riconoscere la necessità di una legge per evitare i crimini d’odio generati da omofobia, transfobia e misoginia, e certificare l’esistenza di discriminazioni. Un esempio è il supporto al deputato Pd Alessandro Zan e al ddl che da lui prende il nome, affossato in Senato a ottobre 2021.

 

Altro esempio, molto più pop, è il numero di Vanity Fair diretto proprio dalla scrittrice nel mese del Pride, a giugno 2023, e dedicato a tutti i generi di famiglia.

Il femminismo e la battaglia contro la struttura patriarcale

Se non fosse già abbastanza chiaro dalla sua produzione letteraria e dai contenuti di cinque anni di podcast Morgana, Michela Murgia è stata una femminista intersezionale, ovvero si è battuta non solo per i diritti delle donne – e in particolare per il diritto all’aborto e in generale il diritto di scelta sul proprio corpo – ma anche per riconoscere la sovrapposizione delle discriminazioni di genere, razza e classe sociale. Questa visione più complessa – e più completa – del femminismo è stata spesso al centro del suo agire politico e del suo operato di intellettuale.

Per mettere in evidenza la struttura profondamente sessista e patriarcale della nostra società, tra 2021 e 2022, tutte le domeniche, l’autrice ha pubblicato sui suoi social la “rassegna sessista“. Dal suo profilo Instagram, Murgia ha raccontato settimana dopo settimana la visione che il nostro Paese ha delle donne: madri amorevoli o in alternativa sogno erotico del maschio, un genere talmente accessorio da essere ricordate solo col nome e mai col proprio cognome, e al massimo come moglie/compagna/sorella/figlia di, oppure lady o regina qualcosa, anche quando compiono grandi imprese a livello sportivo, scientifico, culturale o politico.

Democratura e antifascismo

Anche qui, come se non bastasse la sua produzione letteraria, per parlare dell’antifascismo di Michela Murgia bisogna partire da uno dei suoi ultimi interventi: quello al Salone internazionale del libro di Torino 2023, intervistata da Andrea Malaguti, Vicedirettore vicario de La Stampa. Oltre a parlare del libro Tre ciotole, della malattia, e a raccontare l’origine del suo amore per la lingua coreana e per il gruppo pop dei BTS, in questa chiacchierata l’autrice ha affrontato il tema delle scelte dei partiti politici al governo.

“Io lo penso [che il governo sia fascista, ndr] dalle scelte che sta prendendo. Quando si sono candidati, le hanno tutte dichiarate in campagna elettorale. Parlavo con gli amici e le amiche e dicevano ‘no ma vedrai che anche se li eleggono, questa è tutta propaganda. Quando poi si va a governare, le scelte necessariamente andranno in un’altra direzione’. Dove stanno andando le scelte? In quella direzione. Controllo dei corpi, controllo della libertà personale, discriminazione delle comunità già discriminate che stavano riuscendo a ottenere dei diritti, una certa impostazione ideologica che inevitabilmente ripercorre cose che abbiamo già visto. Voi vi aspettate che il fascismo vi bussi a casa con il fez e la camicia nera e vi dica ‘Salve, sono il Fascismo. Questo è l’olio di ricino’? Non accadrà così. Noi ci aspettiamo questo perché abbiamo visto i fascismi nascere da situazioni di governo non democratiche, o regni o dittature già precedenti. Non abbiamo mai visto sorgere un fascismo da una democrazia. Crediamo che la democrazia ci protegga, proprio perché è democratica. Il passaggio, che già i sociologi chiamano ‘democratura’, è l’autoritarismo che passa dentro i codici della democrazia e conduce agli stessi risultati di controllo, di negazione delle libertà personali, di riorganizzazione del sistema sociale che otterrebbe il fascismo con la violenza o con altri modi. […] Questo è un Paese che non ha fatto i conti col fascismo, né dal punto di vista della formazione, né dal punto di vista storico. Noi non abbiamo attraversato una celebrazione del superamento del fascismo. La Germania ha avuto il processo di Norimberga, che ha preso delle responsabilità individuali e le ha trasformate in responsabilità collettive. Noi abbiamo avuto Piazzale Loreto, che è il modo peggiore per iniziare una democrazia: prendi delle persone, le impicchi, le martirizzi e non fai un processo – il primo atto democratico doveva essere quello – e trasformi in colpe individuali quelle che dovevano essere responsabilità collettive. Dal giorno dopo, tutti partigiani. Non c’è stata una presa di coscienza. […] Quando noi vediamo il fascismo, non sappiamo riconoscerne i prodromi, perché lo abbiamo rimosso. […] Noi ci siamo raccontati che il fascismo era come una pandemia, a un certo punto ha preso tutti, non era colpa di nessuno. Non è proprio così. Ecco perché oggi abbiamo un governo fascista e pensiamo che dargli dei fascisti sia un problema legale. Non è un problema legale, è la parola giusta, ma non ci sono più i codici per riconoscere il collegamento tra la parola e i comportamenti. Gli intellettuali servono a questo: a fare questo collegamento”.

Le posizioni sui migranti e sulle ong e la difesa del ruolo di intellettuale

Per le sue posizioni sul tema dell’accoglienza ai migranti e sull’importanza delle ong per i salvataggi che svolgono in mare, espresse in un dibattito a Bologna durante La Repubblica delle idee, in una delle pagine Facebook a supporto della destra, Murgia è stata ricoperta di insulti sessisti e violenti. Questo atteggiamento, da lei stessa definito squadrista, è stato in seguito denunciato dalla stessa scrittrice come una maniera per zittire le donne che dissentono e per far tacere chi sostiene idee diverse da quelle del governo.

Sempre sullo stesso tema, Murgia, come altri intellettuali, ha supportato Roberto Saviano durante la prima udienza del processo politico che si è svolta in seguito alla querela da parte di Giorgia Meloni per diffamazione. Lo scrittore è stato infatti querelato per aver dato dei “bastardi”, nel 2020, all’attuale presidente del Consiglio e a Matteo Salvini in diretta TV a Piazzapulita (La7), in merito alle loro dichiarazioni e alle politiche contro i migranti e alle campagne d’odio contro le Ong, definite dai due “taxi del mare”. Il processo è stato definito politico proprio per l’evidente squilibrio di potere che coinvolge i contendenti: da una parte una delle massime cariche dello Stato, dall’altra un intellettuale che difende chi salva vite in mare.

Cosa ci lascia in eredità Michela Murgia?

La visione di un’intellettuale vera: una persona in continua, instancabile evoluzione. Che si pone domande, e che scava nell’animo umano – soprattutto nel proprio – alla ricerca di risposte e soluzioni, spesso difficili da attuare, ma comunque sempre crudelmente oneste. Di sé diceva di essere costantemente in conflitto con il patriarcato introiettato, e di lavorare in continuazione per superarlo, per andare oltre la struttura appresa e cercare di guardare la realtà da un’altra angolazione. L’insegnamento forse più prezioso di Michela Murgia è proprio questo: che il cammino verso la consapevolezza e verso la costruzione di una società più equa e più giusta è possibile, ma difficile. Eppure, è una consapevolezza che va perseguita fino in fondo, sempre, con passione, coraggio e dedizione. Anche se si viene criticate, insultate, ricoperte di fango, anche se si viene considerate stronze, antipatiche, a tratti blasfeme e controcorrente. Anche se quel cammino è difficile, vale la pena di percorrerlo, fino alla fine, fino all’ultimo respiro. Come ha fatto lei.

Proprio come una vera Morgana.

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