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L’analisi dei dati sui pesci migratori d’acqua dolce mostra la drastica diminuzione degli esemplari, minacciati dal degrado degli habitat. Ma le soluzioni ci sono e dove sono state introdotte stanno funzionando.
Le popolazioni di specie ittiche migratorie d’acqua dolce continuano a diminuire in tutto il mondo, minacciando la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza di milioni di persone, la sopravvivenza di innumerevoli altre specie e la salute e la resilienza di fiumi, laghi e zone umide. Il fenomeno è confermato da uno studio globale pubblicato lo scorso 24 maggio.
Si tratta del Living planet index (LPI) che ha analizzato i dati relativi a 1.864 popolazioni di 284 specie di pesci migratori d’acqua dolce, monitorate tra il 1970 e il 2020, registrando una diminuzione della loro presenza dell’81 per cento, con cali catastrofici del 91 per cento in America Latina e nei Caraibi e del 75 per cento in Europa.
Le cause di questo fenomeno globale sono molteplici. La perdita e il degrado degli habitat – che include la frammentazione dei fiumi da parte di dighe e altre barriere e la conversione delle zone umide per l’agricoltura – rappresentano la metà delle minacce ai pesci migratori, seguiti dallo sfruttamento eccessivo. A questo si aggiunge l’aumento dell’inquinamento derivante dalle acque reflue urbane, agricole e industriali e il peggioramento degli impatti dei cambiamenti climatici.
I pesci migratori d’acqua dolce sono vitali per la sicurezza alimentare e i bisogni nutrizionali di centinaia di milioni di persone, in particolare nelle comunità vulnerabili di Asia, Africa e America Latina. Sono inoltre un mezzo di sostentamento di numerose comunità con attività che vanno dalla pesca locale al commercio globale di pesci e sottoprodotti della pesca, fino all’industria della pesca ricreativa.
“Il catastrofico declino delle popolazioni di pesci migratori è un assordante campanello d’allarme per il mondo. Dobbiamo agire ora per salvare queste specie fondamentali e i loro fiumi”, ha detto Herman Wanningen, fondatore della World Fish Migration Foundation, una delle organizzazioni coinvolte nello studio. “I pesci migratori sono fondamentali per le culture di molti popoli indigeni, nutrono milioni di persone in tutto il mondo e sostengono una vasta rete di specie ed ecosistemi. Non possiamo continuare a lasciarli scivolare via silenziosamente”.
Il rapporto non è totalmente negativo. Quasi un terzo delle specie monitorate è aumentato, suggerendo che gli sforzi di conservazione e una migliore gestione degli habitat possono avere impatti positivi. Tra le soluzioni ci sono la rimozione di dighe, sbarramenti e argini. Nel 2023, l’Europa ha rimosso la cifra record di 487 barriere, il doppio dell’anno precedente, mentre negli Stati Uniti è attualmente in corso la più grande rimozione di dighe della storia lungo il fiume Klamath in California e Oregon.
Per i promotori dello studio occorre accelerare urgentemente gli sforzi per proteggere e ripristinare il libero corso dei fiumi attraverso una pianificazione a livello di bacino, investendo in alternative rinnovabili e sostenibili alle migliaia di nuove dighe idroelettriche pianificate in tutto il mondo. Oltre a recuperare i fiumi degradati e tutelare la biodiversità, è necessario anche rafforzare gli sforzi di monitoraggio di queste specie per avere dati più completi al fine di comprendere come le popolazioni ittiche stiano cambiando e intervenire sui diversi fattori che interagiscono in questo cambiamento.
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