Nell’Unione europea sarà più facile produrre e commercializzare i cosiddetti nuovi ogm, ma per 21 organizzazioni ambientaliste, dell’agricoltura bio e dei diritti dei consumatori è una decisione preoccupante.
Negli Stati Uniti una marca di pollo coltivato in laboratorio ha ottenuto il via libera per il consumo umano. Il primo passo verso la commercializzazione, non senza critiche.
Primo via libera, negli Stati Uniti, al pollo coltivato in laboratorio. Il 16 novembre, la Food&drug administration, l’ente statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, ha dichiarato “sicuro per il consumo umano” il pollo sintetico della startup californiana Upside Foods. E questo rappresenta il primo step verso la commercializzazione nei supermercati e nei ristoranti del prodotto – e del resto della carne prodotta in cellule – che però dovrà ottenere anche il via libera del Dipartimento dell’agricoltura statunitense.
Uma Valeti, ceo e fondatrice di Upside Foods, ha definito questa decisione “un momento spartiacque nella produzione di cibo” sottolineando come le cellule di un singolo pollo consentano la coltivazione della stessa quantità di pollame che ora proviene da centinaia di migliaia di polli d’allevamento.
La carne sintetica viene prodotta a partire dalle cellule staminali degli animali che poi vengono fatte moltiplicare in bioreattori. Il processo per giungere al prodotto finale può richiedere da due a quattro settimane a seconda che si tratti, ad esempio, di pollo macinato o di una bistecca di manzo.
Il primo prodotto a base di carne coltivata al mondo, un hamburger, è stato lanciato nel 2013 dalla startup olandese Mosa Meat al costo di 330mila dollari. Attualmente sono un centinaio le aziende e le startup attive in questo settore con l’obiettivo di migliorare la tecnologia di produzione, il risultato finale della carne (in gusto e aspetto) e i costi.
La vendita di carne coltivata è consentita solo a Singapore – si tratta in particolare del pollo prodotto da Good Meat-, mentre a Tel Aviv la startup israeliana SuperMeat ha aperto The chicken, una sorta di ristorante dove è possibile gustare il pollo coltivato in cellule assumendosi però la responsabilità del consumo.
Coldiretti e Filiera Italia, secondo cui il via libera al pollo coltivato negli Stati Uniti potrebbe aprire la strada ai “cibi sintetici” nell’Unione europea già a partire dal 2023, sono promotori di una mobilitazione contro il cibo sintetico, con una raccolta firme su tutto il territorio nazionale. “Siamo pronti a dare battaglia poiché quello del ‘cibo Frankenstein’ è un futuro da cui non ci faremo mangiare”, ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. “Le bugie sul cibo in provetta confermano che c’è una precisa strategia delle multinazionali che con abili operazioni di marketing puntano a modificare stili alimentari naturali fondati sulla qualità e la tradizione”.
Il ministro dell’Agricoltura italiano Francesco Lollobrigida ha dichiarato: “Finché saremo al governo sulle tavole degli italiani non arriveranno cibi creati in laboratorio. Il governo è contrario al cibo sintetico e artificiale e ha intenzione di contrastare in ogni sede questo tipo di produzioni”.
“Ritengo che il cibo sintetico rappresenti un mezzo pericoloso per distruggere ogni legame del cibo con la produzione agricola, con i diversi territori, cancellando ogni distinzione culturale, spesso millenaria, nell’alimentazione umana e proponendo un’unica dieta omologata, con gravissime ricadute sociali sui piccoli agricoltori”, ha commentato Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. “Secondo chi sta sperimentando la carne sintetica per l’immissione sul mercato, innanzitutto americano, ma presto europeo e mondiale, è il cibo del futuro. Lo sarebbe per il suo valore etico, visto che eviterebbe la macellazione di animali, ma anche ambientale, perché consentirebbe di fare a meno degli allevamenti. Etica e ambiente ne accompagnano la narrazione. Ma a ben guardare sembra più l’affare del futuro per un bel po’ di gruppi finanziari e multinazionali. Il rischio evidente è che il cibo, diventato una commodity, una merce di scambio sui grandi mercati internazionali come tante altre, diventi oggetto di una deriva tecnologica che lo priva di qualunque significato culturale, del legame con i territori e con le comunità che ci vivono, con i loro saperi e tradizioni”.
Ma soprattutto, secondo Slow Food, l’impatto ambientale della carne sintetica è tutt’altro che indifferente, per via dei grandi consumi energetici dei bioreattori necessari alla sua produzione, produzione in molti casi finanziata dalle stesse multinazionali responsabili dei danni prodotti dal sistema agroalimentare e zootecnico negli ultimi decenni; inoltre, sottolineano dall’associazione, la carne coltivata è un prodotto iperprocessato contenente coloranti, aromatizzanti, addensanti, oltre che ormoni e lieviti ogm. Il futuro, conclude Slow Food, è la riduzione del consumo di carne a favore dei legumi e il sostegno ai piccoli allevamenti (non intensivi) che rispettano il benessere animale e l’ambiente.
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