Cosa succede negli Stati Uniti nelle ultime settimane della presidenza Trump

Il presidente Trump lascerà la Casa Bianca il 20 gennaio, ma le decisioni che sta tuttora prendendo avranno conseguenze anche dopo l’insediamento di Biden.

Come gran parte del suo mandato, le ultime settimane della presidenza di Donald Trump sono state segnate da decisioni controverse e affrettate, che hanno lasciato sorpresi anche i suoi più stretti collaboratori. Dal 7 novembre scorso, infatti, dopo aver perso le elezioni, Trump è entrato in un circolo vizioso segnato da teorie complottiste e tesi negazioniste. Sotto la guida di Rudy Giuliani, il suo team di avvocati ha presentato più di cinquanta ricorsi per provare come le operazioni di voto siano state truccate, manovrate da forze avverse e, in generale, non valide. Al momento, la grande maggioranza delle cause legali sono state rigettate dai tribunali di competenza, e anche quelle accolte non hanno comunque modificato l’esito del voto.

Nel frattempo, Trump ha continuato a esercitare pienamente i propri poteri, graziando diversi amici e conoscenti e rischiando di far scadere i sussidi di disoccupazione per milioni di americani. Le ultime settimane della sua presidenza, avvolte nell’incubo della pandemia di Covid-19 che continua a far registrare centinaia di migliaia di casi al giorno, sono state segnate de eventi che avranno conseguenze anche in seguito al cambio di amministrazione. Andiamo con ordine.

ultime settimane della presidenza di Donald Trump
Le ultime settimane della presidenza di Donald Trump sono state segnate da decisioni controverse e affrettate, che hanno lasciato sorpresi anche i suoi più stretti collaboratori © Tasos Katopodis/Getty Images

Il conteso Pandemic relief bill

Il primo grande tema che ha segnato le ultime settimane della presidenza Trump sono state le discussioni riguardanti il Pandemic relief bill, un pacchetto di aiuti da 900 miliardi di dollari (oltre 700 miliardi di euro) che contiene una miriade di misure, dai fondi per le scuole e le piccole attività commerciali agli stanziamenti per il funzionamento del governo, fino a una spesa di 35 miliardi dedicata a contrastare i cambiamenti climatici.

Incertezza per 12 milioni di persone

La questione più impellente, che ha acceso la scintilla del dibattito pubblico, sono stati i sussidi per la disoccupazione. Con il Cares act approvato lo scorso marzo circa 12 milioni di americani disoccupati hanno ricevuto dal governo una forma di sostegno economico durante la pandemia. Questi sussidi sarebbero però scaduti il 26 dicembre, e il Congresso americano si è quindi messo al lavoro per preparare un secondo provvedimento capace di continuare a fornire assistenza ai cittadini in difficoltà.

A grandissima maggioranza, il 22 dicembre il Congresso ha approvato un sostanzioso pacchetto di aiuti. La firma di Trump era data quasi per scontata, considerando anche che il suo stesso segretario del Tesoro, Steve Mnuchin, è stato uno dei principali sostenitori del piano. Il pacchetto prevede un contributo forfettario una tantum di 600 dollari (quasi 500 euro) per (quasi) tutti i cittadini americani, occupati o meno, e un supplemento federale di 300 dollari a settimana per i disoccupati, che verranno aggiunti agli aiuti già ricevuti grazie ai provvedimenti statali.

Con un video su Twitter, però, il presidente si è opposto al provvedimento, affermando che i 600 dollari degli assegni non sarebbero stati abbastanza, e proponendo di triplicarli, arrivando fino a duemila a testa (circa 1.600 euro). Se i democratici hanno accolto immediatamente la proposta, dicendosi pronti a rinegoziare tutto, i repubblicani l’hanno respinta, sostenendo che l’operazione sarebbe stata troppo costosa.

L’impasse legislativa è continuata per diversi giorni, portando con sé incertezze e preoccupazioni per milioni di americani. Solo nella serata del 27 dicembre Trump si è deciso a firmare il pacchetto di aiuti senza esigere modifiche, rimettendo in moto le procedure per i sussidi (con assegni forfettari da 600 dollari, non duemila) e attivando anche i fondi per una serie di questioni non direttamente collegate con la pandemia di Covid-19.

ultime settimane di Trump
Alcune persone ricevono pasti caldi nel Bronx, un quartiere di New York ulteriormente impoverito dalla pandemia © Spencer Platt/Getty Images

I 35 miliardi per il clima

Tra le altre cose, il Pandemic relief bill prevede anche uno stanziamento di 35 miliardi di dollari (28 miliardi di euro) per provvedimenti volti a contrastare i cambiamenti climatici: si tratta dell’investimento “più alto di sempre”, secondo il quotidiano Intelligencer. La somma verrà spesa nel corso dei prossimi cinque anni per rafforzare il settore delle energie rinnovabili, dall’eolico ai pannelli solari, e permetterà di evitare l’emissione di 949 milioni di tonnellate di anidride carbonica entro il 2035.

Uno dei procedimenti chiave attivati grazie al Pandemic relief bill è l’avvio di un piano per eliminare gradualmente l’uso di idrofluorocarburi (Hfc), un gas oggi largamente utilizzato nei sistemi di raffreddamento che però contribuisce all’effetto serra, trattenendo il calore in modo mille volte maggiore rispetto all’anidride carbonica. L’amministrazione Obama aveva già tentato di ridurre l’uso di Hfc, ma l’arrivo di Trump ha poi cancellato i progetti e gli accordi esistenti. La nuova legge avvicina gli Stati Uniti agli standard dell’Accordo di Kigali, un piano internazionale che punta a ridurre le emissioni di gas serra ed eliminare l’uso di idrofluorocarburi avviato nel 2016 ed entrato in azione nel 2019, ma che gli Usa non hanno mai sottoscritto. Oggi gli Hfc vengono utilizzati in apparecchi di refrigerazione, come frigoriferi o condizionatori, ma esistono soluzioni più avanzate e sostenibili, come i refrigeranti naturali o l’idrofluorolefina (Hfo).

Considerando le iniziative a favore dei combustibili fossili e il generale atteggiamento negazionista adottato da Trump nei confronti dell’emergenza climatica, l’approvazione di un pacchetto contente 35 miliardi destinati esclusivamente a iniziative ambientali proprio durante la sua presidenza è di certo sorprendente. Secondo molti, il fatto che la cifra sia stata inserita in un piano ben più ampio e che racchiude provvedimenti della massima urgenza – il Pandemic relief bill appunto ­– ha aiutato il programma ad essere approvato rapidamente: “Se Joe Biden avesse proposto le stesse identiche misure tra due mesi, i media conservatori avrebbero gridato al ‘Green new deal’”, scrive Intelligencer.

Trump e clima
Nell’agosto 2020 Trump ha finalizzato il suo piano per aprire parte dell’Arctic national wildlife refuge in Alaska alle trivellazioni di petrolio e gas © Andrew Burton/Getty Images

Le grazie, e le esecuzioni, del presidente

Donald Trump ha anche approfittato delle sue ultime settimane alla Casa Bianca per graziare amici, familiari o persone vicine all’establishment militare. Secondo la Costituzione americana, il presidente ha il potere di concedere la grazia per i reati federali (ma non statali), e annullarne quindi le conseguenze legali. Sebbene il presidente possa decidere di graziare più o meno chiunque, generalmente i candidati vengono esaminati preventivamente dal dipartimento di Giustizia, che esprime poi un parere non vincolante riguardo alla possibilità di concedere o meno il perdono. Non vincolante, appunto: Trump, o qualsiasi altro inquilino della Casa Bianca, non è quindi tenuto a seguire i suggerimenti ricevuti.

Tradizionalmente, nelle ultime settimane del proprio mandato i presidenti tendono ad approfittare di questo potere con maggiore frequenza, e in passato sono noti diversi casi di perdoni considerati poco corretti o che, comunque, hanno suscitato qualche scandalo. Il 20 gennaio 2001, ad esempio, durante il suo ultimo giorno in carica Bill Clinton ha graziato più di cento persone. Tra queste troviamo il fratello Roger Clinton, accusato di traffico di droga, e Marc Rich, un ricco magnate fuggito in Svizzera dopo essere stato accusato di evasione fiscale e scambi illeciti di petrolio con l’Iran. Dall’altro lato della medaglia, Rich aveva anche elargito grosse donazioni al partito democratico e alle campagne e fondazioni di Bill e Hillary Clinton. Ora, dieci anni dopo, Donald Trump non si è lasciato sfuggire l’occasione per perdonare la propria cerchia ristretta di collaboratori e conoscenti.

George Papadopoulos
George Papadopoulos, il consigliere di Trump che ha inavvertitamente avviato le indagini legate allo scandalo Russiagate, è stato graziato dal presidente uscente © Noam Galai/Getty Images

La fine del Russiagate

Tra le persone graziate nel corso delle ultime settimane ci sono diversi protagonisti dello scandalo Russiagate, l’inchiesta guidata dal procuratore Robert Mueller e volta a chiarire le dinamiche del coinvolgimento russo nelle elezioni del 2016. Primo tra tutti è George Papadopoulos, il consigliere di Trump che ha inavvertitamente avviato la catena delle indagini in un wine bar di Kensington, a Londra, rivelando al diplomatico australiano Alexander Downer parte degli intrighi tra Washington e il Cremlino. Papadopoulos è poi stato condannato per aver mentito all’Fbi, e ha passato dodici giorni in un carcere del Wisconsin.

Rimanendo nell’ambito del Russiagate, Trump ha perdonato Paul Manafort, responsabile della sua campagna elettorale. Manafort, attualmente agli arresti domiciliari, sta scontando una condanna a più di sette anni di carcere per i suoi legami nebulosi con l’Ucraina e il coinvolgimento nell’inchiesta guidata da Mueller. Ha poi beneficiato del perdono presidenziale anche Michael Flynn, primo Consigliere per la sicurezza nazionale di Trump che si è dichiarato colpevole per aver mentito ripetutamente all’Fbi, sempre nell’ambito del Russiagate.

Paul Manafort
Anche Paul Manafort, responsabile della campagna elettorale di Trump nel 2016, è stato “perdonato” © Yana Paskova/Getty Images

Lo scandalo Blackwater e la tragedia di piazza Nisour

Hanno fatto particolarmente discutere anche le grazie concesse a quattro militari, arruolati dalla compagnia privata Blackwater, che nel 2007 avevano aperto il fuoco e ucciso 14 civili iracheni disarmati in quella che viene ricordata come la tragedia di piazza Nisour. Uno di loro, Nicholas Slatten, era stato condannato all’ergastolo. Nella nota rilasciata dalla Casa Bianca per ufficializzare le grazie, la decisione di perdonare i militari viene descritta come “ampiamente supportata dal pubblico”, mentre la morte dei cittadini viene definita “spiacevole”.

I conoscenti

Infine, guardando alla cerchia più stretta delle sue conoscenze personali, Trump ha perdonato Charles Kushner, imprenditore edile del New Jersey e padre di Jared Kushner, marito di Ivanka Trump. In passato Charles Kushner era stato accusato per diversi reati di evasione fiscale, ma la storia più bizzarra riguarda il tentativo di corrompere un testimone: quando Kushner ha scoperto che il marito della sorella stava collaborando con i procuratori per incastrarlo, ha assunto una prostituta per sedurre il cognato, filmando la scena e minacciandolo poi di far trapelare tutto alla stampa.

Sebbene, come detto, il presidente abbia il potere di decidere autonomamente a chi concedere la grazie – e molti, non soltanto Trump, hanno approfittato di questa possibilità – le decisioni prese nel corso delle ultime settimane hanno fatto discutere, specialmente poiché il tycoon non sembra intenzionato a seguire alcuna procedura formale o a considerare richieste esterne al suo giro di conoscenze, preferendo invece perdonare persone a lui ben note o comunque vicine ai circoli di potere della Casa Bianca. Al momento, 14mila persone hanno avanzato una richiesta formale di clemenza in tutti gli Stati Uniti, molte delle quali non hanno ottenuto alcuna copertura mediatica o hanno commesso reati minori.

Charles Kushner
Charles Kushner, marito di Ivanka Trump © Chris Hondros/Getty Images

Le esecuzioni

Nel frattempo, dal voto del 3 novembre fino alla fine del proprio mandato l’amministrazione Trump ha in programma di portare a termine un totale di sei esecuzioni. È la prima volta in 130 anni che una – o più – condanne capitali vengano programmate durante il periodo di transizione tra due diverse amministrazioni.

La prima è avvenuta il 19 novembre nei confronti di Orlando Hall, 49 anni, accusato di avere rapito e ucciso una ragazza di 16 anni in Texas, nel 1994. Circa tre settimane dopo è stata eseguita la condanna a morte nei confronti di Alfred Burgeois, 56 anni, accusato di aver abusato e poi ucciso la figlia di due anni, nel 2002. Il 12 gennaio è prevista l’esecuzione di Lisa Montgomery – la prima nei confronti di una donna in circa settant’anni – che ha strangolato una donna incinta nel 2004. Cory Johnson, spacciatore della Virginia, dovrebbe essere condannato il 14 gennaio, seguito il 15 gennaio da Dustin Higgs. Higgs ha era presente durante l’omicidio di tre donne nel 1996, ma non ha avuto un ruolo attivo nella tragedia.

Una tra le sentenze più discusse è stata quella nei confronti di Brandon Bernard, la cui esecuzione è avvenuta lo scorso 10 dicembre. Bernard, che aveva quarant’anni, era nel braccio della morte dal 1999, quando appena diciottenne era stato condannato per aver preso parte insieme ad altri quattro compagni all’omicidio di Stacie e Todd Bagley. Il detenuto si era scusato con la famiglia delle vittime, e aveva chiesto a Trump di concedergli la grazia. Il presidente eletto Joe Biden si è dichiarato contrario alla pena di morte, e ha affermato nel suo programma di voler eliminare la pratica a livello federale.

Cosa succede ora

Il 20 gennaio 2021 Joe Biden si insedierà come 46esimo presidente degli Stati Uniti, insieme alla sua vice Kamala Harris. Le procedure di transizione dovrebbero ormai essere state largamente avviate, ma anche a causa delle accuse di brogli elettorali sostenute da Trump e del suo tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni, l’amministrazione in carica non si sta rivelando essere particolarmente collaborativa.

Trump ha dato il via libera alle operazioni di transizione solo lo scorso 23 novembre, quasi un mese dopo la fine delle elezioni. Pochi giorni fa, poi, Biden ha denunciato casi di ostruzione da parte del ministero della Difesa, affermando: “Al momento, semplicemente non stiamo ricevendo tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno dall’amministrazione uscente riguardo ad aree chiave per la sicurezza nazionale. Si tratta di irresponsabilità”.

Il 6 gennaio il Congresso americano si è riunito per prendere atto ufficialmente dei risultati delle elezioni del 3 novembre. È un processo formale, di cui generalmente non sentiamo mai parlare poiché si conclude in circa mezz’ora. Quest’anno, però, non è andata così: undici senatori repubblicani – sostenuti anche dal presidente del Senato Mike Pence, il vice di Trump – hanno presentato obiezioni nei confronti dei risultati portando così a discussioni in aula.

Nel frattempo, per le strade della capitale si è tenuta un’enorme manifestazione a cui hanno partecipato i sostenitori di Trump, largamente pubblicizzata proprio dal presidente. Alcuni di loro hanno fatto irruzione nel Congresso e lo hanno occupato con la forza, provocando scontri che hanno causato la morte di quattro persone. Il voto finale congiunto delle due Camere ha comunque certificato la vittoria elettorale di Biden.

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