Accordo di Escazú, uno storico passo avanti per i diritti degli ambientalisti in America Latina

Il 22 aprile 2021 è entrato in vigore l’accordo di Escazú, per la tutela delle persone che si battono per l’ambiente in America Latina.

In America Latina e nei Caraibi, sono tante – e di primaria importanza – le questioni ambientali per cui battersi. La deforestazione in Amazzonia, la tutela delle terre dei popoli indigeni (e quindi dei loro diritti), lo sfruttamento delle risorse da parte dei colossi petroliferi, la salvaguardia della biodiversità. In nessun altro posto, però, mobilitarsi per l’ambiente può rivelarsi così pericoloso. Per fortuna, le cose potrebbero cambiare. Un segnale molto positivo infatti arriva dall’accordo di Escazú, approvato il 4 marzo 2018 dopo sei anni di negoziati ed entrato ufficialmente in vigore il 22 aprile 2021, Giornata della Terra.

Come funziona l’accordo di Escazú

Da tutti è conosciuto come l’accordo di Escazú, dal nome dell’omonimo distretto della Costa Rica, ma tecnicamente si chiama Lac P10, o Accordo regionale sull’accesso all’informazione, sulla partecipazione pubblica e sulla giustizia nelle questioni ambientali. Il riferimento è al Principio 10 della Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo, approvata nel 1992:

“Le questioni ambientali si affrontano al meglio con la partecipazione di tutti i cittadini interessati, al livello pertinente. A livello nazionale, ogni individuo deve avere accesso adeguato alle informazioni sull’ambiente detenute dalle autorità pubbliche, comprese le informazioni sui materiali pericolosi e sulle attività che coinvolgono la comunità, e deve avere l’opportunità di partecipare ai processi decisionali. Gli stati devono facilitare e incoraggiare la sensibilizzazione e la partecipazione del pubblico rendendo ampiamente disponibili le informazioni. Dev’essere fornito un reale accesso ai procedimenti giudiziari e amministrativi, ivi compresi rimedi e risarcimenti.”

Come riporta il World Resurces Institute, l’accordo – il primo nel suo genere in America Latina – mette nero su bianco il fatto che le persone e le organizzazioni che difendono l’ambiente e i diritti umani hanno diritto a vivere in un ambiente sano, libero da minacce, restrizioni e insicurezze. Inoltre, avvia delle misure per prevenire gli attacchi e le intimidazioni nei loro confronti, per poi indagare quando accadono e punire i colpevoli.

Questo documento intende anche spianare la strada per le persone comuni (soprattutto le fasce più povere e vulnerabili) che vorranno cercare informazioni sulle questioni ambientali che le riguardano direttamente: nuovi giacimenti minerari, misure di contrasto all’inquinamento, sfruttamento del suolo e così via. La popolazione dovrà avere voce in capitolo nei processi decisionali e, se necessario, far valere i propri diritti anche quando dall’altra parte ci sono grandi interessi economici. I governi, da parte loro, avranno la responsabilità di garantire sostegno (anche legale) alla società civile.

Baldanegro durante la consegna del Goldman Environmental Prize
Isidro Baldenegro, attivista ambientale messicano ucciso nel gennaio 2017 © Goldman environmental prize

Uno degli aspetti più innovativi e potenzialmente rivoluzionari sta proprio nella scelta di dare legittimità agli attivisti, riconoscendone il ruolo sociale. “L’accordo di Escazú offre speranza per i difensori dell’ambiente che troppo spesso sono presi di mira per il loro attivismo”, spiega Marcos Orellana, relatore speciale delle Nazioni Unite sulle sostanze tossiche e i diritti umani. “Spesso sono stigmatizzati come avversari dello sviluppo e all’interesse pubblico, ma l’accordo di Escazú inverte questo ragionamento riconoscendo e stimando il loro ruolo, importante e di valore, per lo sviluppo sostenibile e in difesa dei diritti umani”.

Mancano all’appello Colombia e Brasile

L’accordo di Escazú è aperto alla partecipazione di 33 paesi, con il vincolo di raggiungere 11 ratifiche entro il 27 settembre 2020 per entrare in vigore. Tale soglia minima è stata superata visto che ad oggi i firmatari sono 24, con 12 ratifiche: Antigua e Barbuda, Argentina, Bolivia, Ecuador, Guyana, Messico, Nicaragua, Panama, Saint Vincent e Grenadine, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia e Uruguay.

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Da questo elenco saltano immediatamente all’occhio alcuni grandi assenti. Prima fra tutti la Colombia, la nazione più pericolosa in assoluto per i difensori dell’ambiente, con 64 attivisti uccisi nel 2019 secondo Global witness. Mancano anche le ratifiche di Brasile, dove la tensione è palpabile soprattutto in Amazzonia, Cile, Costa Rica e Perù. E anche dell’Honduras, patria di Berta Caceres; in sua memoria è stato osservato un minuto di silenzio quando è stato adottato l’accordo, il 4 marzo 2018. Il Venezuela, invece, non ha nemmeno partecipato ai negoziati.

Il timore comune è che il trattato possa uscire parecchio indebolito dalla mancanza di paesi, come questi, in cui le aggressioni nei confronti degli ambientalisti sono all’ordine del giorno o quasi. Già di per sé il testo offre ampio margine di manovra agli stati, perché sono loro a decidere quali organismi metteranno in atto le sue disposizioni. L’auspicio è che vengano coinvolti anche giovani, indigeni e gruppi della società civile. “Il compito di vigilare non spetterà solo al governo, ma anche ai settori della società civile”, spiega a Mongabay Aida Gamboa, della ong peruviana Derecho, ambiente y recursos naturales (Dar). “Al tempo stesso, ai cittadini spetterà il compito di chiedere più diritti, più garanzie e tutte le risorse finanziarie necessarie per l’implementazione dell’accordo”. In questo senso, anche la partecipazione del settore privato sarà essenziale per far sì che le sue promesse non restino soltanto sulla carta.

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António Guterres invita tutti gli stati a ratificare l’accordo di Escazú

“Mentre continuiamo ad affrontare gli impatti devastanti della Covid-19 e a intensificare gli sforzi per frenare la triplice crisi del cambiamento climatico, del tracollo della biodiversità e dell’inquinamento ambientale, l’entrata in vigore dell’accordo di Escazú ci offre ispirazione e speranza, ponendo le basi per una ripresa sostenibile e resiliente. Adottando un approccio basato sui diritti, promuovendo lo sviluppo delle capacità e la cooperazione e focalizzandosi sui più vulnerabili, questo accordo regionale è un grande passo in avanti nella creazione di percorsi di trasformazione per le persone e il Pianeta”. Sono le parole di António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, che si è congratulato con i paesi che hanno ratificato il trattato e ha inviato tutti gli altri a seguire il loro esempio.

Quanto è rischioso battersi per l’ambiente in America Latina

Secondo il report Defending tomorrow pubblicato dalla ong Global Witness, nel 2019 sono stati uccisi 212 ambientalisti in tutto il mondo. Un nuovo drammatico record. I paesi più pericolosi per chi si batte per l’ambiente sono proprio quelli dell’America Latina, dove sono registrati due casi su tre. Preoccupa l’escalation di violenza in Colombia, con 64 morti, più del doppio rispetto all’anno precedente. Con la sola eccezione delle Filippine al secondo posto, la graduatoria dei paesi in cui si è registrato il maggior numero di attentati è dominata dagli Stati del centro e del sud America: dopo la Colombia troviamo infatti Brasile (24 morti), Messico (18), Honduras (14) e Guatemala (12). Di quest’elenco, l’unico ad aver ratificato l’accordo è il Messico. Particolarmente vulnerabili sono i popoli indigeni, bersaglio di oltre un terzo degli attentati mortali segnalati tra il 2015 e il 2019, pur rappresentando appena il 5 per cento della popolazione globale.

 

 

Articolo pubblicato il 5 ottobre 2018 e aggiornato il 21 giugno 2021

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