Andri Snær Magnason. Per lo scrittore islandese dobbiamo unirci contro la crisi climatica, come nella pandemia

Lo scrittore islandese Andri Snær Magnason, autore del libro Il tempo e l’acqua, riflette sulla crisi climatica e su come i valori del passato possano aiutare a costruire un futuro nuovo.

“Se in poco tempo abbiamo creato la bomba atomica per distruggere il mondo, perché non dovremmo essere capaci di salvarlo il prima possibile?”. È solo una delle riflessioni disarmanti con cui lo scrittore islandese Andri Snær Magnason affronta la crisi climatica. Il suo ultimo libro Il tempo e l’acqua, edito da Iperborea, è intriso di saggezza. Grazie a una lunga ricerca cominciata da ragazzo, quando studiava Lettere medievali a Reykjavík, il quarantasettenne Magnason riesce a trattare gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici indicando una luce. Le previsioni sono fosche, ma è ancora possibile invertire la rotta.

Andri Snær Magnason ghiacciaio islanda
È ancora possibile invertire la rotta © Andri Snær Magnason

Il nostro incontro con Andri Snær Magnason

Sono i primi giorni d’autunno. A Milano soffia un vento insolito, gelido. Quasi un presagio del collegamento che stiamo per allacciare con questo affabile autore della terra di ghiaccio. Attraverso Skype, parla per oltre un’ora e svela che nel capoluogo lombardo ha scritto alcune pagine del suo nuovo saggio.

A partire dalla fine degli anni Novanta, da letterato, attivista ambientale con la conterranea Björk, artista ed ex candidato alla presidenza, l’eclettico e curioso Andri Snær ha raccolto dati scientifici e visitato luoghi a rischio. Dai “suoi” ghiacciai islandesi all’Himalaya, dalla barriera corallina dei Caraibi alla Cina, capendo che mancava qualcosa. L’allarme climatico è stato percepito solo come un ronzìo. “Non è colpa degli scienziati”, sostiene lo scrittore. “Dobbiamo aiutarli a divulgare i loro studi con nuovi linguaggi, che creino un ponte fra razionalità e creatività. Questo libro mi ha permesso di navigare attraverso il rumore di fondo, anzi il buco nero che ci sta per risucchiare”.

Magnason si è servito della mitologia, di storie intime, viaggi e incontri inaspettati. E, dopo tanto peregrinare, ha capito che l’essere umano è capace di cambiare. Alcuni studiosi ritengono che sia persino “antifragile”, più lo sfibri e più si rafforza. Racconta: “Nelle ultime migliaia di anni il genere umano è sopravvissuto a catastrofi d’ogni genere, affrontando i problemi, superandoli e spesso diventando ancora più forte di prima”.

Un’altra catastrofe è imminente

Non c’è più tempo. Fra 25 anni potrebbe essere troppo tardi. Serve un salto culturale, che ponga dei limiti allo sfruttamento della natura e che mantenga l’innalzamento della temperatura terrestre sotto 1,5 gradi. I politici devono riunirsi in un nuovo atto globale di volontà. Scrive a un certo punto Andri Snær che lo scopo della vita è rendersi utili, come per suo zio John, morto realizzando il sogno di salvare i coccodrilli dall’estinzione.

Anche lui, in fondo, ha scelto delle creature da proteggere. Si tratta dei cosiddetti “vasti spazi silenti degli dei”, gli altopiani nel centronord dell’Islanda considerati sacri dalla mitologia norrena. Nel 2009 vi ha dedicato il documentario Dreamland, denunciando la devastazione causata dall’estrazione di alluminio, un materiale simbolo della società dei consumi. “Non sono contro il progresso”, sottolinea l’autore. “La tecnologia ci sta già aiutando ad assorbire la CO2 dall’acqua e a trovare fonti energetiche più pulite. Però, non basta”.

Come si può, dunque, superare l’Antropocene, l’epoca geologica in cui l’uomo è la prima causa di cambiamento e distruzione del pianeta? L’età che lo scrittore islandese fa risalire al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki? Magnason prova a rispondere interpellando alcuni protagonisti dell’epoca pre-capitalistica, dai suoi nonni al Dalai Lama, leader spirituale buddista che pone al centro delle questioni mondiali proprio la crisi climatica. Ne emergono racconti struggenti, di una generazione che – nonostante i suoi difetti e le sue differenze – voleva cambiare il sistema. Dal dopoguerra, invece, ci si sarebbe accontentati, finendo col dare per scontato i diritti acquisiti. Avrebbe avuto la meglio una “filosofia della resa”, uno nichilismo spicciolo, facile rifugio per evitare seccature.

“Purtroppo, tendiamo a reagire solo quando abbiamo la morte in faccia – continua Andri Snær –. E la diffusione tragica della pandemia ci ha messi davanti a questa condizione. È terribile, ma ci ha aiutati a collaborare. La crisi climatica è un incendio planetario. Dovremmo intervenire in modo tempestivo e unito, come contro il nuovo coronavirus”.

A proposito di pandemia, partiamo dall’ultimo capitolo del suo libro “Il tempo e l’acqua”. Perché l’ha intitolato “Apausalypse now”?
Ho fatto un gioco di parole – in inglese – con pausa, apocalisse e il titolo del film di Francis Ford Coppola sulla guerra in Vietnam. Apausalypse mette l’accento sulla “pausa”, il fatto che abbiamo dovuto fermarci. Inoltre, ho scoperto che il termine ‘apocalisse’, nel greco antico da cui deriva, non significa “fine” ma “rivelazione“. L’apocalisse scopre tutto, quanto siamo vulnerabili e interconnessi. I governi stanno applicando misure così draconiane e veloci contro la pandemia, per esempio nella ricerca scientifica di cure e vaccini, che viene da chiedersi perché non siamo in grado di agire altrettanto tempestivamente contro gli effetti dei cambiamenti climatici.

Lei paragona le informazioni sulla crisi climatica a un ronzìo. Dopo questo libro ha trovato un modo più efficace di comunicare?
Con questo libro cerco di attraversare il ronzio e spiegare che cosa sta accadendo al nostro pianeta. Non credo che un singolo libro possa cambiare lo stato delle cose. Anche per affermare la democrazia o i diritti delle donne, sono serviti e servono ancora molti libri, dibattiti, iniziative. Ho sentito il dovere di spiegare a me stesso degli aspetti che non capivo, sperando che poi potessero essere più chiari ai lettori. Noi reagiamo in fretta quando il pericolo è davanti ai nostri occhi. Se un vulcano erutta, scappiamo. Ma non ci spaventiamo se si parla di “emissione”, che è pressoché invisibile. Abbiamo bisogno di un linguaggio più primitivo. Nelle mitologie di tutte le civiltà non c’è questa parola. Troviamo “fuoco” da cui l’emissione proviene. Dobbiamo tenere conto di questo aspetto.

Scrive che dopo l’uso delle bombe atomiche contro Hiroshima e Nagasaki nel 1945, il mondo ha perso la sua innocenza. E la gente ha cominciato a chiedersi dove fosse Dio. Nella Seconda guerra mondiale si inaugura il nuovo modello dominante, tecnologico, industriale, capitalistico che ci ha portati fino a qui.
Il lancio delle bombe atomiche è stato considerato spesso l’inizio di una nuova era, quella in cui l’essere umano riesce a dominare il Pianeta, che chiamiamo Antropocene. I leader politici hanno cominciato ad avere il potere di distruggere il mondo, solamente schiacciando un bottone. La paura che Russia o Stati Uniti lo facessero, è stato l’incubo collettivo della mia generazione. Ora i leader mondiali si ritrovano per parlare del clima, ma sono gli stessi che possiedono un potere mortale!

Bisogna eleggere nuovi politici che prestino veramente attenzione ai cambiamenti climatici. Nel libro mi sono servito sia della mitologia che della scienza per spiegare il pericolo imminente. I dati scientifici possono essere divulgati attraverso delle metafore. Il titano mitologico greco Prometeo ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini e ora gli studiosi ci dicono che sono talmente tanti i fuochi da noi accesi da doverli spegnere subito. Non c’è più tempo.

Andri Snær Magnason durante un'escursione
I dati scientifici possono essere divulgati attraverso delle metafore © Bjarke Ingels

Disarmo e pace tornano a essere necessari contro l’emergenza climatica?
Sì. È fondamentale una cooperazione fra nazioni a tutti i livelli. Dopo la Seconda guerra mondiale sono nate le Nazioni Unite. Il nuovo coronavirus ci ha costretti a collaborare. La crisi climatica in atto va vista con la medesima urgenza, perché ha un impatto su innovazioni, ricerche scientifiche, molti posti di lavoro. Esattamente come una pandemia.

Che opinione si è fatto dell’energia nucleare?
Alcuni esperti sostengono che l’energia nucleare possa essere più costosa di altre soluzioni energetiche più pulite, solare, eolica e termica. Queste ultime, inoltre, risulterebbero più accessibili e meno pericolose. Trascorro da anni le mie vacanze a Ustica, in Sicilia. So bene che gran parte dell’Italia e ampie zone del pianeta possono sfruttare l’energia solare.

Nel libro dedica molte pagine ai suoi nonni. Quali valori le hanno trasmesso?
Sono stato molto fortunato a crescere con i racconti dei miei nonni e a registrarne le vite quando sono diventato adulto. Si tratta di vecchi che hanno conosciuto la guerra, la povertà, molte difficoltà. Ciò ci insegna che gli esseri umani possono farcela. E molte altre cose. Ai loro tempi, non esisteva lo spreco di cibo. Noi, invece, il rispetto verso ciò che è materiale dobbiamo riapprenderlo. Sebbene nessuno dei miei nonni fosse perfetto, i loro racconti orali sono stati un insegnamento. Nelle famiglie attuali si dovrebbe tornare a tramandare le memorie.

Sua nonna Hulda fu la prima donna islandese a pilotare un aliante.
Nel 1947 nonna Hulda volò sopra il vulcano Hekla in eruzione, con due gemelline di sei mesi a casa. Conobbe mio nonno Árni, il suo secondo marito, nell’Associazione degli escursionisti montani. Fu lui a invitarla a esplorare un ghiacciaio. C’era bisogno di una donna che gestisse il rifugio. Assieme viaggiavano tantissimo e scalavano le montagne, godendo di ogni momento della loro vita e delle loro scoperte.

I nonni di Andri Snær Magnason
I nonni di Andri Snær Magnason © Ingibjörg Árnadóttir

Erano curiosi, addirittura visionari. Senza generalizzare, lei parla di ‘apatia di massa’ dal dopoguerra in poi. Perché?
Non possiamo incolpare i babyboomers, ovvero un’intera generazione, per il disastro planetario odierno. Ma si può dire che siamo tutti responsabili dal dopoguerra in poi, i quarantenni come me fino a chi adesso ha 25 anni. C’è stato un cambiamento culturale, dell’immaginario collettivo. Come genere umano, abbiamo avuto tante occasioni per invertire la rotta della crisi climatica. Le accuse di questo tipo, però, producono una reazione difensiva, di evitamento. La gente vuole vivere decentemente, lavorare e stare bene. I nostri nonni avevano visto “il mondo in fiamme” con i loro occhi e si sono sacrificati per costruirne uno migliore per i loro figli e nipoti. Ne erano orgogliosi. Questi ultimi, al contrario, hanno dato per scontato quello che era stato tramandato loro, come la possibilità di essere curati in ospedale o di ricevere un’istruzione a scuola. Tuttavia, la crisi climatica è così imminente e pericolosa che prevedo una reazione nuova nelle persone, simile a quella che ebbero i nostri anziani. Torneremo a essere fieri di cambiare il sistema, spero.

L’anno scorso una sua “lettera al futuro” è stata incisa sulla lapide per Okjokull, il primo ghiacciaio dichiarato morto in Islanda. Come possiamo aiutare i giovani a lottare contro la crisi climatica?
Diciamo ai nostri figli: se hai vent’anni, in qualsiasi ambito tu scelga di lavorare, dalla moda all’alimentazione, dalle infrastrutture all’energia, devi essere rivoluzionario e reiventare quasi tutti i processi. Non pensare negativo. Il tuo lavoro sarà forse faticoso, ma avrà un senso. Contro la crisi climatica servono una combinazione di consapevolezza e creatività. È possibile invertire la rotta. Gli scienziati stanno trovando varie soluzioni tecnologiche, ne elenco molte nel libro, come la trasformazione della CO2 in roccia. O ancora, 800 milioni di persone uscirebbero dalla fame se una nazione come gli Stati Uniti impiegasse per l’alimentazione umana tutti i cereali che trasforma in mangime. Voi giovani del 2020 non siete più sfortunati dei vostri bisnonni. Hulda fu la prima islandese a volare in un’epoca di macerie, quando le donne erano ancora considerate inferiori agli uomini.

A un certo punto della sua vita, per ben due volte, lei incontra il Dalai Lama, scoprendo l’importanza della regione himalayana, il cosiddetto “terzo polo”. Può spiegarci meglio?
Dalle montagne himalayane e dai loro 46mila ghiacciai nascono i più importanti fiumi dell’Asia. Da quest’acqua dipendono almeno un miliardo di persone. Quando ho conosciuto il Dalai Lama, stavo studiando il mito norreno di Auðumbla, una mucca sacra nata dalla brina da cui avrebbe origine il mondo. Essa lo nutre con quattro fiumi di latte. È una storia simile a quella del monte tibetano Kailash, dal quale nascono quattro grandi fiumi asiatici. Gli antichi norreni, indù e tibetani avevano compreso l’importanza della catena himalayana. A causa dei cambiamenti climatici, i suoi ghiacciai si stanno restringendo come al polo nord e al polo sud. Milioni di persone sono a rischio.

Andri Snær Magnason con il Dalai Lama
Andri Snær Magnason con il Dalai Lama © Margrét Sjöfn Torp

Un altro leader spirituale, papa Francesco, ha scritto l’enciclica ecologica Laudato si’. Le piacerebbe incontrarlo?

Certamente, lo seguo e sarebbe proprio interessante poter parlare con Papa Francesco. Oltre alle verità scientifiche, penso che – indipendentemente da ciò in cui credi – anche le religioni e le culture abbiano un ruolo importante nell’affrontare la crisi climatica. Veniamo da un lungo periodo di pensiero razionale, soprattutto economico che, disgiunto dal resto, culture locali, arte, religione, ha causato distruzione. Non si è curato di montagne e laghi sacri per i nativi, ma li ha depredati. Scrivendo il libro mi sono detto: se il sistema tecnologico ed economico avesse considerato “sacro” l’intero pianeta, non ci troveremmo in questa situazione. E bisogna spiegare perché la Terra è sacra. I luoghi conservano profonde memorie, conoscenze, connessioni. Sono molto antiche, in Islanda alcune risalgono al periodo pre-cristiano.

Nel sud dell’Europa forse abbiamo una concezione idealistica dell’Islanda. Ma lei ci dice che è in pericolo e che molti islandesi non se ne curano. Anzi, hanno addirittura un rapporto ostile verso il suo mare e i suoi animali, come balene e foche. Perché?
C’è un dato storico. Ogni famiglia islandese ha perso qualche caro in mare. Il mio bisnonno lavorava su un peschereccio che affondò nel 1933. Era il padre di mio nonno Arni. Si chiamava Kjartan e morì a soli 37 anni, lasciando moglie e quattro figli. Il mare è stato fonte di sostentamento ed è associato alla vita di sacrifici sulle piccole barche da pesca. In Islanda non esiste una tradizione di grandi navi, né il mare è utilizzato – in larga misura – per divertirsi o praticare sport. Ci si bagna poco, si fa un po’ di kayak. In fondo, è probabilmente uno dei mari più ostili del globo. Per questo noi islandesi siamo circondati ma al contempo disconnessi dal mare. E anche verso la nostra vasta terra, impervia, difficile, non abbiamo coltivato un sentimento protettivo. Nei primi anni Duemila abbiamo permesso che la multinazionale statunitense dell’alluminio Alcoa rovinasse una delle zone più belle dell’Islanda. Gli altipiani centrali a nord sono stati in gran parte sommersi da un torbido lago artificiale. Come scrivo nel libro, la fonderia produce una parte minima dell’alluminio che gli statunitensi buttano nelle discariche. Ogni anno in primavera emerge una terra senza vita, grigia come uno spettro. Kringilsarrani è soltanto una delle migliaia di gioielli che ogni anno la nostra generazione ha buttato letteralmente nella spazzatura. Erano luoghi sacri, venivano chiamati dallo scrittore romantico Helgi Valtysson “i vasti spazi silenti degli dei”.

Servono dei limiti…
Sì. Non sono assolutamente contro il progresso tecnologico e non penso che dobbiamo rinunciare a tutto. Ma più abbiamo e più desideriamo. Invece, bisogna accontentarsi e tornare a rispettare la natura perché dalla sua salute dipende la nostra sopravvivenza.

Secondo lei, che nel 2016 si è candidato a presidente, forse come gesto simbolico, i politici islandesi stanno finalmente affrontando la questione climatica?
Non sono mai stato membro di un partito, ma provengo dall’attivismo di base. Credo si stia diffondendo l’idea che gli altipiani interni – dove 15 anni fa si costruiva la diga dell’Alcoa – vanno protetti. Si spera siano trasformati per il 50 per cento in parco nazionale, visto che l’attuale ministro dell’ambiente, Guðmundur Ingi Guðbrandsson, fa parte del gruppo che lo ha proposto. I ghiacciai si stanno ritirando rapidissimamente. L’Islanda è fra i paesi dove i cambiamenti climatici si vedono a occhio nudo. Anche il ph e la temperatura degli oceani stanno aumentando. Per molte specie animali, il livello di acidità dei mari ha la stessa importanza del nostro livello di acidità del sangue. L’innalzamento del ph è salito dello 0,3, un altro buco nero. È a rischio il fitoplancton che grazie alla fotosintesi clorofilliana produce il 60 per cento dell’ossigeno di tutto il Pianeta!

ghiacciai in islanda
Ghiacciai in Islanda © Snær Magnason

Aria satura, siccità, inondazioni…L’Italia, a cui è affezionato, come sta affrontando l’emergenza climatica?
Voi italiani avete un grande stile, siete bravissimi nel design. Penso che se avete avuto menti che hanno saputo creare la Ferrari, potete fare cose straordinarie contro la crisi climatica. A partire dal giusto impiego delle vostre risorse, come quella solare, e dall’adattamento alle vostre antiche città di nuovi sistemi di trasporto elettrico. Anche se in un contesto complesso, possedete un’incredibile esperienza per riuscirci.

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