Come l’Australia ha convinto i negazionisti climatici a scegliere le rinnovabili

Un quarto delle case in Australia è dotato di pannelli solari. In che modo uno dei più grandi produttori di carbone al mondo è riuscito in quest’impresa?

Nonostante l’Australia sia il secondo paese al mondo per esportazioni di carbone, preceduto solamente dall’Indonesia, i ritmi con cui sta passando alle fonti rinnovabili sono più serrati che mai. Sta dispensando energia pulita pro capite dieci volte più velocemente rispetto alla media globale, nonché quattro volte più rapidamente rispetto all’Europa, alla Cina, agli Stati Uniti e al Giappone, considerati leader nel settore.

Si tratta principalmente di energia eolica e solare, facilmente sfruttabili da quella porzione di umanità – circa il 70 per cento della popolazione mondiale – che vive al di sotto del 35esimo parallelo nord, una regione priva di venti freddi che gode di una forte radiazione solare.

Sydney, Australia
Anche il pittoresco teatro di Sydney è dotato di pannelli solari © Mike Flokis/Getty Images

Agli australiani piacciono i pannelli solari

Le rinnovabili avanzano inesorabilmente poiché sempre più australiani prendono la decisione di posizionare pannelli solari sui tetti delle loro case. Attualmente, un’abitazione su quattro ne è provvista: una percentuale decisamente invidiabile, che consente di soddisfare il 5 per cento dell’intero fabbisogno energetico nazionale. Stando all’inchiesta del quotidiano statunitense New York Times, però, la scelta non dipende da motivazioni altruistiche come la voglia di combattere i cambiamenti climatici. Per dirla con le parole di Matt Kean, ministro dell’Energia del Nuovo Galles del Sud, “le persone vogliono semplicemente risparmiare”.

Se tutti facessero come il signor Row!

Proprio così. Prendiamo l’esempio di Peter Row. Abita nella città di Bundaberg, nel Queensland, che l’hanno scorso ha registrato un vero e proprio record in quanto a installazioni di pannelli solari. Il signor Row non è convinto che gli esseri umani siano responsabili della crisi climatica e, soprattutto, non è sicuro che le rinnovabili siano la soluzione al problema. Quel che sa con certezza, però, è che in passato la sua bolletta mensile ammontava a 190 dollari (circa 160 euro). Dopo l’installazione del sistema fotovoltaico, il conto è sceso ad appena 30 dollari (25 euro). Anche perché sta generando più elettricità di quella che consuma.

Il merito è anche delle amministrazioni statali

Nonostante il governo federale non abbia imposto limiti stringenti all’emissione di CO2, i singoli stati stanno agendo in maniera più lungimirante, fornendo incentivi per l’acquisto di pannelli solari a prezzi decisamente convenienti e persino di batterie dove stoccare l’elettricità in eccesso. Ad invogliare gli australiani a prodursi energia autonomamente è anche la facilità con cui si ottengono i permessi, oltre alla possibilità di non dipendere più dalla rete elettrica nazionale.

L’Australia come case study

Quest’ultima dovrà capire come adeguarsi alla novità per arrivare a bilanciare l’offerta – che può diminuire nei giorni nuvolosi, quando i “fornitori casalinghi” di energia non riescono a produrne (ma usufruiscono piuttosto delle batterie di stoccaggio) e la domanda – che può aumentare nelle giornate più calde per via del ricorso all’aria condizionata. Da notare che il riscaldamento globale è un fattore da tenere in considerazione anche in questo caso: da un lato perché le ondate di calore saranno sempre più frequenti, dall’altro perché siccità e temperature elevate aumentano il rischio di incendi con conseguenti danni agli impianti elettrici. Quel che è certo è che, se l’Australia riuscirà a vincere la sfida, anche il resto del mondo potrebbe convincersi ad accettarla.

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