Carbone, le centrali chiudono. Ma la Cina è in controtendenza, e pesa l’incognita coronavirus

Nel mondo le centrali a carbone funzionano a mezzo servizio e ne vengono costruite sempre meno. Con una significativa eccezione: la Cina.

Lentamente, e con colpevole ritardo, sembra proprio che la comunità internazionale sia sulla strada giusta per lasciarsi definitivamente alle spalle il carbone e puntare su fonti di energia più pulite, convenienti e sostenibili. Ma ci sono alcune notevoli eccezioni. Come la Cina, che sembra pronta a tutto pur di ridare vigore a un’economia duramente provata dalla pandemia di coronavirus.

Stop all’ultima centrale a carbone dello stato di New York

Il fumo bianco è uscito dalle sue ciminiere per trentasette anni consecutivi, ben visibile per chilometri dai campi che costeggiano il lago Ontario, che segna il confine con il Canada. Fino al 31 marzo, data in cui l’ultima centrale elettrica a carbone rimasta nell’intero stato di New York ha definitivamente spento le turbine. Di proprietà della Somerset Operating Company, l’impianto da 675 megawatt dava lavoro a una quarantina di persone. Almeno da cinque anni, fa notare però la stampa locale, non restava operativo per più di un mese di fila. Nonostante i proclami elettorali del presidente Donald Trump, infatti, anche negli Usa il carbone è ormai fuori mercato, schiacciato dalla concorrenza del gas naturale e soprattutto delle energie rinnovabili.

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A fare il paio con le dinamiche di mercato, nell’estate 2019 è arrivata la legge sul clima approvata dal governatore Andrew Cuomo, che stabilisce per il territorio di New York obiettivi molto più ambiziosi rispetto a quelli adottati da altri stati federali. In primis, generare il 100 per cento dell’elettricità con tecnologie a zero emissioni entro il 2040.

Il carbone non è più un affare

Ma quello di New York può considerarsi un caso isolato? Ci dà una risposta il report Boom and bust – redatto da Global energy monitor, Sierra club, Greenpeace e Crea (Center for research on energy and clean air) – che ogni anno tiene traccia di tutti i nuovi progetti legati al carbone, che siano già in costruzione oppure solo approvati dalle autorità. Nel 2019 questi ultimi hanno segnato un calo per il quarto anno consecutivo. Un po’ perché 33 stati (e 27 stati federati o amministrazioni) hanno promesso di accelerare la transizione verso le energie pulite; un po’ perché 126 grandi banche, compagnie di assicurazione e asset manager hanno chiuso (del tutto in parte) i rubinetti del credito verso la fonte di energia più inquinante in assoluto.

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La quantità di energia generata dal carbone nel corso dell’anno è scesa del 3 per cento rispetto al 2018, con crolli ancora più marcati negli Usa (meno 16 per cento) e nell’Unione europea (meno 24 per cento). In media, le centrali sono attive per il 51 per cento del loro orario standard. Rallenta anche il ritmo delle nuove costruzioni, che vedono un meno 16 per cento tra il 2018 e il 2019.

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Un mercato su strada nei pressi di una centrale a carbone attiva, nella provincia cinese di Anhui © Kevin Frayer/Getty Images

Cina, in arrivo centinaia di nuove centrali 

Il report segnala che l’anno scorso sono stati commissionati 68,3 GW di nuova capacità e ne sono stati dismessi 34,2, con un saldo che risulta quindi leggermente positivo. Il dato globale però è indicativo solo fino a un certo punto, perché esistono differenze abissali tra un territorio e l’altro. C’è il fronte di chi abbandona gradualmente il carbone, guidato dagli Usa (meno 16,5 GW in un anno) e dall’Unione europea (meno 7,5 GW). Viceversa, c’è ancora chi insiste su questa fonte dannosa e anacronistica. Prima fra tutte la Cina, che da sola ha commissionato il 64 per cento della nuova capacità installata, per un totale di 43,8 GW. A seguire, India (8,1 GW), Malesia (2,6 GW), Indonesia (2,4 GW) e Pakistan (2 GW).

Il boom a cui si assiste nel gigante asiatico è il logico risultato delle autorizzazioni concesse a raffica tra il 2014 e il 2016. Un pericoloso trend che potrebbe essere replicato anche in futuro, a detta di Lauri Myllyvirta, capo analista del Centre for research on energy and clean air. Una volta operativi, spiega, gli impianti in costruzione produrranno molta più energia di quella necessaria. Ma la lobby locale ha tutta l’intenzione di proporne ancora centinaia di qui al 2030. E c’è sempre il rischio che, preso dalla frenesia di dare slancio all’economia dopo lo shock del coronavirus, il governo cerchi di interferire il meno possibile con gli investimenti. Anche quando sono palesemente in contrasto con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

 

Foto in apertura © Kevin Frayer/Getty Images
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