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Cambiamenti climatici e produzione alimentare sono legati da un doppio filo. I mutamenti del clima costringono gli agricoltori a trovare nuove tecniche di produzione, ma anche noi consumatori dobbiamo fare la nostra parte scegliendo con consapevolezza cosa mangiare.
Cibo e ambiente sono in stretto rapporto tra loro. I cambiamenti climatici infatti influiscono sullo stato delle colture, ma viceversa, anche la produzione alimentare, se avviene senza seguire alcun criterio di sostenibilità, è tra le prime cause del riscaldamento del pianeta. Un’iperproduzione chimica ed estensiva di cibo oggi significa ipoproduzione in futuro quando le risorse naturali saranno state prosciugate e difficilmente recuperabili. Di conseguenza, anche le nostre scelte in fatto di cibo possono essere più o meno sostenibili. Il tema è stato al centro delle attività del Vegetarian chance, il festival internazionale di cultura e cucina vegetariana, nato da un’idea dello chef Pietro Leemann (suo il ristorante di alta cucina vegetariana Joia di Milano) e del giornalista Gabriele Eschenazi e tenutosi il 12 e 13 maggio a Milano al motto di “Mangia la foglia, salva il pianeta”.
Dell’impatto della produzione alimentare sulla nostra vita se ne è parlato in particolare durante l’incontro con Silvia Ceriani, responsabile comunicazione Terra Madre – Salone del gusto di Slow Food, e Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura sostenibile di Greenpeace. “Come spiega la campagna di Slow Food Menu for Change, l’agricoltura familiare, le economie pastorali e la pesca artigianale sono le prime vittime dei mutamenti del clima”, ha detto Ceriani, “ma è vero anche che un quinto delle emissioni di CO2 provengono dalla produzione alimentare. La risposta migliore che possiamo dare al cambiamento climatico è un cibo pulito, rispettoso dell’ambiente e delle persone che lavorano”. La responsabile comunicazione di Terra Madre ha quindi raccontato diverse storie di resilienza di produttori in varie parti del mondo: “Nel 2014 in Thailandia un’ondata di freddo ha determinato la perdita del 60 per cento delle piantagioni di caffè. Non è successo a un agricoltore che coltivava caffè insieme ad altre colture come avocado, noci macadamia e tè. Da qui si capisce l’importanza di mantenere la biodiversità e di applicare i principi dell‘agroecologia. Ancora, in Finlandia, dove la pesca sotto i ghiacci è diventata sempre più difficile perché la permanenza del ghiaccio si riduce sempre più, uno scienziato-pescatore ha unito il sapere scientifico con le conoscenze tradizionali degli indigeni dell’Artico e ha ricostruito ecosistemi lacustri e fluviali dove poter pescare”.
Se i produttori stanno imparando a sviluppare tecniche resilienti, il problema riguarda da vicino anche noi consumatori. “La nostra visione è che da qui al 2050 il consumo di carne da allevamenti intensivi e di prodotti lattiero caseari debba essere dimezzato“, ha spiegato la responsabile di Greenpeace, “se questo non succederà il 52 per cento delle emissioni di CO2 deriveranno dalla produzione di cibo. Gli allevamenti intensivi non sono più sostenibili dal punto di vista del benessere animale, dello sfruttamento delle risorse, dei cambiamenti climatici, della salute delle persone”. Raggiungere questo obiettivo secondo Greenpeace è possibile in un’ottica di agricoltura ecologica e portando avanti una produzione che garantisca la sicurezza alimentare, proteggendo allo stesso tempo il clima e la biodiversità”. A proposito di allevamenti intensivi, Ferrario ha mostrato un’indagine condotta da Greenpeace: incrociando i dati dei finanziamenti diretti nell’ambito della Politica agricola comune (Pac) e il registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti emerge come i sussidi comunitari finanzino alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa. “Anche il sistema di distribuzione dei sussidi risulta sbagliato”, ha continuato Ferrario, “perché viene fatto in base al numero di ettari delle aziende e non in base al sistema di produzione più o meno virtuoso. Il compito di noi consumatori è quello di scegliere sempre cibi locali, stagionali, prodotti con metodo biologico e senza ogm”.
Il festival si è concluso con il concorso internazionale di alta cucina vegetale che ha visto sfidarsi numerosi chef a colpi di piatti che trasmettessero un messaggio di consapevolezza e rispetto per il cibo. Al primo posto si è classificato Antonio Cuomo dell’Hostaria Relais San Lorenzo di Bergamo che porta avanti una cucina in cui “i vegetali regnano e padroneggiano”. Yoshiko Hondo del Vegan dining Almonde di Tokyo ha conquistato invece il secondo posto, mentre il premio speciale “Le 13 erbe Ricola” è andato a Matteo Carelli di Etimo a Lugano per la sua sensibilità nel cogliere sapori e profumi trasformandoli in cibi buoni e naturali attraverso le sue creazioni culinarie.
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