La trentunesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop31, apre i battenti lunedì 9 novembre. Per due settimane, le delegazioni dei governi di tutto il mondo si riuniranno ad Antalya, in Turchia, per tentare di trasformare finalmente in azione concreta l’Accordo di Parigi del 2015. Si tratta infatti della decima Cop successiva alla ventunesima, al termine della quale la comunità internazionale fissò gli obiettivi di limitazione del riscaldamento climatico: non superare i +2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali, rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi.
Lo stato del clima della Terra all’avvio della Cop31 di Antalya
L’ultimo Bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale ha mostrato però che la concentrazione di gas ad effetto serra nell’atmosfera non ha mai cessato di aumentare negli ultimi anni. E nel 2025 abbiamo toccato un nuovo record per quanto riguarda il più diffuso di tali gas, il biossido di carbonio, con 426,8 parti per milione. Il 53 per cento in più rispetto a prima che l’umanità cominciasse a bruciare in maniera massiccia carbone, petrolio e gas per alimentare le proprie attività, ovvero a partire dalla metà dell’Ottocento.
Di conseguenza, la più ambiziosa delle due soglie, quella degli 1,5 gradi è ormai considerata irraggiungibile anche dalle stesse Nazioni Unite. La quantità di gas ad effetto serra già dispersa nell’atmosfera terrestre è infatti tale da rendere inevitabile il superamento. Tuttavia, l’Unep (il Programma dell’Onu per l’ambiente) ha proposto un piano che permetterebbe di ridurre al minimo l’ampiezza e la durata di tale superamento, per tornare il più presto possibile entro l’obiettivo considerato più sicuro per garantire un futuro sereno ai nostri figli.
The planet will keep getting hotter, even with ongoing efforts to slow the temperature rise. But choices exist.
Every fraction of a degree prevented, and every year by which the overshoot period is shortened, will save lives, protect ecosystems, and reduce economic losses.… pic.twitter.com/SMZwAtZl5p
Basti ricordare infatti che lo Special Report 1.5 del 2018 spiegò quanto gigantesca sia la differenza tra un riscaldamento globale di +1,5 e di +2 gradi centigradi: solo per citare uno degli innumerevoli esempi contenuti nel testo, nel primo caso ci si potrà attendere una fusione completa della calotta glaciale artica ogni decennio, durante le estati più calde, nel secondo una volta ogni secolo.
Le precedenti Cop hanno portato risultati deludenti
Nonostante tali evidenze scientifiche, però, l’azione concreta da parte dei governi è stata del tutto insufficiente finora. Anche nelle stesse decisioni ufficiali dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite che organizza le Cop, è stato necessario attendere la Cop28 di Dubai, nel 2023, negli Emirati Arabi Uniti, per vedere l’espressione “fonti fossili” menzionata per la prima volta apertamente. Alla precedente Cop27 di Sharm el-Sheikh, in Egitto, il riferimento era stato limitato infatti al solo carbone.
Nella capitale emiratina, però, i governi avevano accettato di parlare di “fonti fossili” soltanto nell’ambito di una formula indiscutibilmente anodina: transitioning away from fossil fuels, traducibile come “processo di allontanamento dai combustibili fossili”. Senza date di riferimento, senza indicazioni su chi debba avviarlo, senza target di alcun tipo. Un compromesso lessicale utile solo a tentare di nascondere l’impasse nella quale sono sprofondati da tempo i negoziati internazionali sul clima.
E che si è mostrata in tutta la sua drammaticità all’ultima Cop30, organizzata a Belém, nel Brasile di Lula. La conferenza era attesa da tempo, dopo quelle in “trasferta” (ovvero in nazioni storicamente legate agli idrocarburi e con governi che non hanno di certo fatto dell’ecologia la loro bandiera) di Dubai e Baku. Dalla città scelta per ospitare l’evento, simbolicamente alle porte dell’Amazzonia, si è tornati con una cocente delusione: il presidente del Brasile Lula aveva infatti posto l’asticella molto alta, proponendo qualcosa di insperato: una roadmap per l’uscita dalle fonti fossili. Alla fine, però, il documento presentato dalla presidenza del brasiliano André Correa do Lago non solo non presentava alcun piano, ma neppure menzionava più le fonti fossili. Segno dell’impossibilità di trovare un qualsivoglia compromesso tra i governi, ancorché al ribasso.
Gli attacchi alla scienza nei lavori preparatori della Cop31
Come se non bastasse, nello scorso mese di giugno, ai lavori preparatori per la Cop31, che come ogni anno si sono tenuti a Bonn presso la sede dell’Unfccc, numerose nazioni hanno denunciato inediti tentativi di mettere apertamente in discussione la scienza del clima. Un tentativo aperto, non più sottaciuto, di minare il consenso scientifico sulle cause e le soluzioni alla crisi.
The #JuneClimateMeetings were beset by unprecedented levels of complexity, procedural disputes, and geopolitical divisions as countries sought to assert their political and socioeconomic interests more vigorously
— Earth Negotiations Bulletin (@IISD_ENB) June 21, 2026
Alcune delegazioni hanno cercano di ostacolare senza remore i negoziati, arrivando a chiedere di eliminare i riferimenti ai rapporti dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici: il più autorevole organismo scientifico in materia, composto da climatologi, glaciologi, fisici, meteorologi, economisti, sociologi. Similmente, si è proposto di eliminare il riferimento alla necessità di limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 1,5 gradi centigradi.
La pre-Cop ospitata da Figi e Tuvalu, ultimo appuntamento che ha preceduto la Cop31, non è stata più confortante: a conferma della scarsa attenzione mostrata da numerose nazioni sulla questione del riscaldamento globale, all’appuntamento si sono presentati soltanto quattordici capi di stato o di governo, su una cinquantina invitati dall’Australia (che co-presiederà la conferenza di Antalya).
Nel frattempo si moltiplicano gli eventi meteorologici estremi
Sia il decennio che precede la prossima Cop, sia gli ultimi mesi, non lasciano molto spazio all’ottimismo insomma. Tuttavia, la moltiplicazione degli eventi meteorologici estremi in tutto il mondo, le inondazioni che hanno ucciso migliaia di persone come nel caso di Nepal e Tibet e un’estate tragica in Europa, con 50mila morti per il caldo estremo (13.300 soltanto in Italia) potrebbero aver fatto comprendere in modo più chiaro l’urgenza di agire.
La Turchia di Recep Tayyip Erdogan – già accusata nelle scorse settimane da Human rights watch di reprimere le proteste per il clima – e l’Australia hanno presentato la Cop31 come “la Cop del futuro e dell’implementazione”. Assicurando di voler puntare su tre pilastri: dialogo, consenso e azione. Si punta dunque, almeno sulla carta, a passare dalle parole ai fatti. Con numerosi temi, come sempre, in discussione: l’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici, la transizione verso le fonti rinnovabili, la gestione dei rifiuti, le città sostenibili, la finanza climatica, i trasferimenti di tecnologie, le implicazioni per la salute e la just transition, ovvero le necessità di operare le trasformazioni necessarie in maniera equa.
Attesi alla Cop31 91 capi di stato e di governo e 300 ministri
Ad Antalya, la principale città della “Riviera turca” affacciata sul Mediterraneo, sono attesi, secondo quanto comunicato dal ministro dell’Ambiente di Ankara, Murat Kurum, presidente della Cop31, 91 capi di stato e di governo e quasi 300 ministri.
🇫🇯 Pacific nations take centre stage at 'pre-COP' climate summit
Pacific leaders push for the world to stick to a target of limiting global warming to 1.5C, enhance access to climate finance and give more attention to the impact on oceans as the UN "pre-COP" climate gathering… pic.twitter.com/cYkGdOH9en
A loro il compito di affrontare i principali nodi irrisolti, che impediscono l’implementazione concreta di quanto indicato dall’Accordo di Parigi. A partire dai finanziamenti necessari sia per la mitigazione che per l’adattamento, oltreché per indennizzare le nazioni più vulnerabili e meno responsabili dei cambiamenti climatici per le perdite e i danni (loss and damage) subiti. La strada da fare è ancora lunga: il Fondo di risposta creato alla Cop27 nel 2022 ha stanziato per la prima volta dei fondi a un paese: proprio al Nepal sono arrivati 20 milioni di dollari a seguito delle inondazioni.
L’azione sui cambiamenti climatici sconta infatti impegni ancora troppo limitati da parte delle nazioni ricche e più responsabili delle emissioni storiche di CO2. Per il New collective quantified goal, approvato nel 2024 al fine di consentire ai paesi più poveri ed esposti di avere a disposizione i capitali necessari per contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici e adattarsi ai loro impatti, per ora sono stati raccolti appena 822 milioni di dollari. Una goccia nel mare rispetto all’obiettivo fissato dai governi alla Cop29 di Baku, ovvero 300 miliardi di dollari. E ancora infinitamente meno rispetto ai 1.300 miliardi che servirebbero per rispondere davvero alle necessità delle nazioni vulnerabili.
Il nodo della finanza climatica: occorrono fondi e tempi rapidi
I fondi rappresentano d’altra parte l’autentico carburante della transizione ecologica. Sono imprescindibili per cambiare metodi di produzione di energia, per adattare le infrastrutture, per proteggere le popolazioni, per introdurre sistemi di allerta precoce di fronte agli eventi meteorologici estremi. Da anni, però, tali necessità si scontrano con gli interessi economici nazionali di molti governi, così come con le tante multinazionali che tentano di frenare il cambiamento. Anche inviando eserciti di lobbisti, ogni anno, alle Cop.
L’altro grande problema da risolvere è quello legato ai tempi. Il processo di concessione dei fondi è infatti troppo lento per rispondere in modo rapido alle catastrofi. Perfino la sovvenzione da 20 milioni di dollari concessa al Nepal è per ora “a titolo provvisorio”. Per ciascuna richiesta occorre infatti presentare un progetto dettagliato al consiglio d’amministrazione del fondo, che poi deve esaminarlo e approvarlo. Il che può comportare molti mesi di attesa.
Gli obiettivi della Cop31
Infine, sia Australia che Turchia puntano al raggiungimento di un accordo su un obiettivo globale di elettrificazione pari al 35 per cento entro il 2035. Ci si attende da parte di Ankara un aggiornamento (o una conferma) del numero di paesi, aziende e attori della società civile che hanno aderito all’impegno, battezzato “35-by-35”. Al contempo, una coalizione di oltre cento governi auspica che la Cop31 integri meglio la questione degli oceani nell’architettura dell’Accordo di Parigi, ovvero che sia trattata su più tavoli negoziali: resilienza, finanziamenti e mitigazione.
Nel corso del Summit sul clima 2026, nello scorso mese di settembre, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha lanciato un appello proprio per accelerare l’azione climatica e far progredire una transizione giusta. Rafforzando prima di tutto gli investimenti nelle energie pulite.
Doubling down on oil and gas will only lock in vulnerability for decades.
Fortunately, we have a way out.
Renewables are the cheapest, fastest & most secure source of new electricity almost everywhere. They are unstoppable. pic.twitter.com/HY8ZmcPyH7
Sarà inoltre interessante verificare se i risultati delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, che hanno premiato nettamente i democratici, possano modificare almeno in parte le posizioni americane, che sono in grado di orientare numerose altre nazioni. E in gioco alla Cop31, come già accaduto alle ultime conferenze, c’è anche il funzionamento delle stesse conferenze mondiali sul clima. La rete di organizzazioni non governative Climate action networkha avanzato una serie di proposte concrete per ripensare e rilanciare il modello basato sul multilateralismo. Partendo dal presupposto che le Cop restano l’unico strumento che ha permesso dei passi avanti, ancorché insufficienti.
La speranza, dunque, è che la Cop31 possa rappresentare il contraltare della precedente di Belém: una conferenza alla quale si arriva con premesse poco positive ma che, invece, possa stupirci e garantire risultati insperati.
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Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, per “riaffermare la sovranità del nostro paese: era un accordo squilibrato”
È uno degli economisti italiani più importanti al mondo, nonché direttore dell’International centre for climate governance (Iccg). Per questo Carlo Carraro è uno degli autori scelti dall’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici che fa capo alle Nazioni Unite, per elaborare gli ormai celebri rapporti sul riscaldamento globale. Quelli che i politici dovrebbero seguire nell’adozione