L’Iraq chiede ai paesi produttori di petrolio di convertirsi alle rinnovabili

Alla vigilia dell’ultima riunione dei paesi produttori di petrolio dell’Opec, l’Iraq ha proposto di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

L’Opec+, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio di cui fanno parte, tra gli altri, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Venezuela, Nigeria, Russia e Iraq, ha confermato di recente il proprio piano per aumentare l’estrazione di oro nero: 400mila barili in più al giorno, a partire da ottobre 2021.

Non proprio una buona notizia per l’ambiente. Però, alla vigilia della videoconferenza tra i paesi produttori, è giunta una proposta senza precedenti: il ministro delle Finanze dell’Iraq, paese tra fondatori del cartello petrolifero globale, ha lanciato un appello a tutti i governi affinché riducano la dipendenza dai combustibili fossili e investano sulle energie rinnovabili.

Il ministro Ali Allawi – che è stato anche vice primo ministro dell’Iraq – ha sollecitato in particolare i suoi partner a perseguire “un rinnovamento economico incentrato su politiche e tecnologie rispettose dell’ambiente”, che includano in particolare l’energia solare. La proposta di Allawi porta anche la firma di un’importante istituzione del settore energetico: il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), Fatih Birol.

A maggio 2020, i paesi produttori di petrolio dell’Opec hanno ridotto di un decimo la produzione © Mario Tama/Getty Images

Un futuro incerto per fare affari con il petrolio

Era il 1 maggio 2020, pochi mesi dopo l’inizio della pandemia, quando i paesi dell’Opec – organizzazione nata nel 1960 il cui scopo è di concordare la quantità e il prezzo del petrolio dei paesi aderenti – decisero di comune accordo di ritirare dal mercato ben 9,7 milioni di barili al giorno, ovvero un decimo del totale prodotto a livello mondiale. Una decisione adottata soprattutto a causa del crollo dei collegamenti aerei oltre che per il generale rallentamento di attività produttive e trasporti.

Tale riduzione serviva soprattutto a mantenere stabile il prezzo del petrolio, con l’obiettivo di tornare ad aumentare progressivamente la produzione. Con il rilancio delle attività, la domanda di greggio è schizzata in alto, così come le sue proiezioni: se solo ad aprile 2020 l’Iea non credeva nel ritorno della domanda a livelli pre-Covid prima del 2023, ora è certo che la quota di 100 milioni di barili al giorno si raggiungerà addirittura prima della fine del 2022.

Anche i prezzi si stanno riallineando ai livelli pre-pandemici. Ma mentre le quotazioni viaggiano spedite verso gli 80 dollari al barile, lo spettro di nuovi lockdown e gli incentivi destinati alle energie rinnovabili compresi nei piani di rilancio delle economie occidentali rendono più incerto il futuro dell’oro nero.

Per ridurre le emissioni, le nuove estrazioni petrolifere devono cessare subito

I paesi dell’Opec sono così chiamati a fare un cambio di passo. E la direzione l’hanno tracciata Allawi e Birol: diversificare gli investimenti, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili a favore di fonti di energia pulita. Anche perché, già in primavera, l’Iea aveva avvertito che affinché la temperatura media globale non cresca di più di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali (limite stabilito nell’Accordo di Parigi, di cui tutti i membri dell’Opec sono firmatari) tutte le nuove esplorazioni petrolifere devono cessare già a partire da quest’anno.

Inoltre, secondo la tabella di marcia pubblicata dall’Agenzia internazionale per l’energia verso il raggiungimento del traguardo “zero emissioni nette” di CO2 entro il 2050, la domanda globale di petrolio potrebbe (anzi, dovrebbe) crollare da più di 90 milioni di barili al giorno a meno di 25 milioni entro il 2050, con un potenziale calo dell’85 per cento dei ricavi per chi investe in petrolio.

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La riduzione delle attività economiche durante la pandemia ha spinto l’Opec a tagliare la produzione di barili di greggio © Oleg Nikishin/Getty Images

Oman ed Emirati Arabi Uniti: c’è chi investe nelle rinnovabili

Se i ricavi da petrolio iniziano a diminuire prima che i paesi produttori abbiano raggiunto un buon livello di diversificazione delle loro attività, le economie dipendenti dall’oro nero rischiano il collasso. Tutti i paesi dell’Opec possono creare ricchezza sfruttando le energie rinnovabili. Eppure la maggior parte di questi continua a essere ostile agli inviti all’azione sui cambiamenti climatici: l’Arabia Saudita, in particolare, ha spesso ostacolato i negoziati delle Nazioni Unite sull’azione globale per il clima, nonostante in passato avesse dichiarato di voler convertire l’intera economia basata sul petrolio a favore delle energie pulite. Sono passati otto anni da quell’annuncio e ancora non ci sono stati avanzamenti.

Altri produttori di petrolio hanno adottato posizioni più accomodanti e possono servire da esempio. L’Oman, che non è un membro dell’Opec, sta investendo in progetti legati all’idrogeno. Anche gli Emirati Arabi Uniti stanno lavorando su idrogeno ed energie rinnovabili, con il fine di raggiungere il 44 per cento di energia prodotta da fonti pulite entro il 2050. Egitto, Marocco e Giordania sono tra gli altri paesi della regione con importanti programmi di transizione energetica.

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