Giovani attivisti

Chi è Vanessa Nakate, l’attivista per il clima che dà voce all’Africa

Ugandese, classe 1996, la giovane attivista Vanessa Nakate si fa portavoce della popolazione africana alle prese con l’impatto della crisi climatica.

Articolo pubblicato il 25 gennaio 2020 e aggiornato il 27 ottobre 2021

Più che attivista per il clima, preferisce definirsi “una combattente per il Pianeta e per un futuro migliore per tutti”. È Vanessa Nakate, classe 1996, e la sua lotta è fatta di manifestazioni di piazza e discorsi densi di emozione e significato che l’hanno portata dall’Uganda, dove è nata, alle più importanti occasioni di dibattito sul clima, come la Youth4Climate di Milano e il World economic forum di Davos.

Chi è Vanessa Nakate, attivista per il clima

Nata il 15 novembre 1996 a Kampala, capitale dell’Uganda, Vanessa Nakate è laureata in gestione aziendale presso l’ateneo della sua città. Aveva ventun anni quando ha iniziato a informarsi sul tema dei cambiamenti climatici, pressoché assente dai programmi scolastici del suo paese, sottolinea in un’intervista al quotidiano Avvenire. Così è entrata in contatto con il movimento dei Fridays for future e ha iniziato a scioperare da sola, mostrando il suo cartello con la scritta “Amore verde, pace verde”.

Senza perdersi d’animo per le derisioni dei compagni di corso, di venerdì in venerdì Vanessa Nakate ha fatto squadra con altri ambientalisti e ha fondato il movimento Youth for future Africa, in seguito trasformato nel Rise up movement. È riuscita a portare avanti le sue istanze nel corso di eventi prestigiosi come la Cop 25 a Madrid, il World economic forum a Davos e la Desmond Tutu international peace lecture. Nel 2020 è stata inserita dalla Bbc nella lista delle cento donne più illuminate e influenti dell’anno, insieme – tra le altre – all’attrice statunitense Jane Fonda e alla premier finlandese Sanna Marin. Nell’autunno 2021 è in uscita il suo libro, intitolato A bigger picture: my fight to bring a new African voice to the climate crisis.

Il presunto episodio di razzismo al World economic forum 2020

È proprio al World economic forum di Davos che Nakate finisce al centro di un presunto episodio di razzismo. Nella giornata di venerdì 24 gennaio 2020 ha tenuto infatti una conferenza stampa dedicata al clima insieme alle svedesi Greta Thunberg e Isabelle Axelsson, alla tedesca Luisa Neubauer e alla svizzera Loukina Tille. In una delle prime foto messe in circolazione dalla nota agenzia internazionale Ap, però, il gruppo era incompleto. Mancava proprio Vanessa Nakate, l’unica africana. “Ora ho imparato la definizione di razzismo”, ha commentato amara la ragazza nella sua pagina Facebook, dopo aver lanciato un video di denuncia diventato virale nell’arco di poche ore.

Il taglio è stato una scelta consapevole? Un’esigenza dovuta al formato dello scatto? Una casualità? Impossibile saperlo. A seguito delle pesanti critiche ricevute, l’agenzia ha modificato la galleria fotografica della notizia. Interpellato da Buzzfeed News, un portavoce ha gettato acqua sul fuoco: “Non c’era nessuna cattiva fede. È consuetudine di Ap pubblicare le foto nel momento in cui arrivano; quando ne riceviamo di nuove dal luogo dell’evento, aggiorniamo la notizia. Ap ha già pubblicato diverse immagini di Vanessa Nakate”. Nel frattempo, l’attivista è stata sommersa da messaggi di solidarietà.

La sentinella della foresta pluviale del Congo

Tra le cause che Vanessa Nakate ci sta aiutando a conoscere meglio, c’è quella della foresta pluviale della Repubblica Democratica del Congo. I media occidentali negli ultimi anni hanno dedicato ampio spazio ai dati sulla deforestazione in Amazzonia e agli incendi che hanno devastato l’Australia e la California, ma è molto più raro sentir nominare la foresta pluviale congolese. Nell’estate del 2019 anche le foreste della fascia centrale dell’Africa sono state flagellate da decine di roghi, appiccati soprattutto dagli agricoltori per preparare i terreni in vista della stagione delle piogge.

Questa discutibile tecnica agricola è soltanto una delle minacce che incombono sul secondo polmone verde del Pianeta, sottolinea un’analisi di Mongabay. Se si prendono in considerazione anche le reti stradali in costruzione, le trivellazioni alla ricerca di petrolio e gas, le mire dell’agroindustria e la siccità sempre più grave, si capisce il motivo per cui in Congo il tasso di deforestazione corra più veloce rispetto a qualsiasi altra zona della Terra.

congo, foreste
Il parco nazionale di Virunga, in Congo © Brent Stirton/Getty Images

Il discorso di Vanessa Nakate alla Youth4Climate

Nel 2019 i roghi nelle foreste dell’Africa centrale, la siccità nello Zimbabwe, le inondazioni in una zona del Niger che di solito è desertica. Nel 2020 l’invasione delle locuste. Nel 2021 l’estate rovente in Algeria con picchi di 49 gradi centigradi, le centinaia di ettari di foreste ridotti in cenere in Marocco e Tunisia, la carestia in Madagascar. La lista delle catastrofiche manifestazioni della crisi climatica in Africa è già lunghissima ed è destinata a crescere ancora. Un esempio? Di questo passo, nel Continente non ci sarà più un singolo ghiacciaio nel 2040.

“È assurdo perché l’Africa emette meno CO2 di tutti i continenti, escludendo l’Antartide”, ha puntualizzato Vanessa Nakate sul palco della Youth4Climate: driving ambition, l’evento dedicato ai giovani attivisti che si è tenuto a Milano dal 28 al 30 settembre in vista della pre-Cop e della Cop26. Il suo toccante discorso ha conquistato la platea e le prime pagine dei giornali, proprio perché è una preziosa testimonianza diretta, condita da evidenze scientifiche inoppugnabili.

“Chi pagherà per migliaia di specie estinte che verranno dimenticate? […] “Per quanto i bambini saranno costretti a sposarsi perché le loro famiglie hanno perso tutto nella crisi climatica? Per quanto i bambini dovranno andare a letto affamati perché l’acqua ha portato via tutto, perché i campi sono secchi a causa delle condizioni estreme?”, ha continuato, concludendo con un appello forte ai leader: “Non ci si può adattare alla perdita delle culture. Non ci si può adattare alla perdita delle tradizioni. Non ci si può adattare alla perdita della storia. Non ci si può adattare alla fame. E non ci si può adattare all’estinzione”.

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