Uno studio pubblicato su Nature Geoscience indica una presenza massiccia di agenti inquinanti negli oceani, con valori giudicati “enormi” dagli esperti.
Siccità e deforestazione stanno compromettendo la salute dell’Amazzonia: secondo una nuova ricerca, i danni diventeranno presto irreversibili.
Dai primi anni Duemila, in Amazzonia, oltre il 75 per cento della foresta vergine ha perso la sua stabilità, la sua “resilienza”. Questo significa che la foresta impiega più tempo a riprendersi dagli incendi o dai periodi di siccità. Se la situazione non migliorerà, si arriverà presto a un punto di non ritorno, in cui non sarà più possibile salvare l’ecosistema.
È l’allarme che arriva da un trio di ricercatori dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, che hanno analizzato le immagini satellitari raccolte nel periodo 1991-2016. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature climate change.
Le aree più instabili si trovano in prossimità di centri urbani, strade, allevamenti e aziende agricole; oltre che nelle regioni più secche. Secondo i ricercatori, questo dimostra che il disboscamento e il riscaldamento globale rappresentano le cause principali del decadimento dell’Amazzonia. Senza contare che gli alberi giocano un ruolo fondamentale nel ciclo dell’acqua: senza di loro, le precipitazioni diminuiscono ulteriormente, innescando così un circolo vizioso.
Molti esperti hanno teorizzato che l’Amazzonia potrebbe raggiungere il punto di non ritorno, ma il nostro studio ne fornisce le prove.
Da quando Jair Bolsonaro è stato eletto presidente del Brasile, la deforestazione ha subito un drammatico aumento: a gennaio 2022 sono stati rasi al suolo 430 chilometri quadrati di foresta, cinque volte di più rispetto al gennaio dell’anno scorso. A febbraio il trend negativo è continuato: nel corso dell’ultimo mese sono stati cancellati 199 chilometri quadrati di foresta, il 62 per cento in più rispetto al febbraio 2021.
Se si continuerà in questa direzione, l’Amazzonia si trasformerà sostanzialmente in una savana, rilasciando grandi quantità di anidride carbonica e iniziando così a contribuire ai cambiamenti climatici, anziché aiutare a contrastarli. Un’analisi del 2021 ha rivelato che la regione orientale, specialmente quella sudorientale, ha già cominciato a emettere più CO2 che ossigeno.
Il raggiungimento dei cosiddetti “punti di non ritorno” – tipping points – incute grandissimo timore agli scienziati, perché i problemi che ne derivano non sono risolvibili nell’orizzonte temporale umano. Perdere l’Amazzonia comporterebbe grandissimi stravolgimenti per il clima mondiale. Non sappiamo esattamente quando ciò accadrà; quello che sappiamo è che c’è ancora tempo per impedirlo. E dobbiamo sfruttarlo al meglio.
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