Cosa sta facendo l’Italia su clima ed energia. E cosa ci dobbiamo aspettare

Con la Cop 23 ormai alle spalle e l’adozione della Strategia energetica nazionale, l’Italia sta compiendo scelte importanti per quanto riguarda clima ed energia. Gli anni a venire saranno decisivi, mentre c’è la candidatura per ospitare la Cop 26.

Nonostante di cambiamenti climatici, di negoziati e di energia si parli ancora troppo poco nei principali media italiani, il nostro Paese non è rimasto fermo al palo. Anzi, è una tra le nazioni più attive in ambito ambientale ed energetico, meno forse in quello climatico. L’Italia possiede un patrimonio e un capitale naturale tra i più elevati al mondo e negli anni scorsi ha investito molto per aumentare la quota di rinnovabili nel mix energetico.

L'Italia vista dallo spazio in uno scatto di Paolo Nespoli. Foto via Vita Mission.
L’Italia vista dallo spazio in uno scatto di Paolo Nespoli. Foto via Vita Mission.

È per questo che, ed è bene ricordarlo, l’Italia si trova al 16mo posto nel rapporto annuale redatto da Germanwatch, classifica che prende in considerazione la performance climatica di 56 Paesi del pianeta, che rappresentano oltre il 90 per cento delle emissioni globali. Il nostro Paese è subito dietro la Francia, ben prima di nazioni come la Germania (che scende al 22mo posto) o potenze come Cina (41mo) o Stati Uniti (56mo). Questo grazie sopratutto alle rinnovabili, che però hanno subito un forte arresto nel 2014. Il risultato sarebbe stato raggiunto nonostante le emissioni di CO2 siano cresciute negli ultimi due anni (+0,4 per cento nel 2016 rispetto all’anno precedente e +2 per cento nel 2015, rispetto al 2014). Da sottolineare comuque che in Italia, nel 2015, le emissioni totali di gas serra espresse in CO2 equivalente, sono diminuite del 16,7 per cento rispetto all’anno di riferimento, ovvero  il 1990: una riduzione da 522 a 419 milioni di tonnellate (dati Ispra).

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Una centrale a carbone in Germania, a soli 60 chilometri da Bonn, dove si è tenuta la Cop23. Foto via Lukas Schulze/Getty

La nuova Sen e l’abbandono del carbone dell’Italia

Da Peccioli, in provincia di Pisa, in occasione del convegno “Vent’anni di Belvedere Spa”, dedicato ai 20 anni di attività della società che gestisce il sito di smaltimento dei rifiuti del comune, il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti ricorda quanto raggiunto a Bonn: “Alla Cop 23 abbiamo stabilito le regole per dare forma all’Accordo di Parigi e i meccanismi per ottenere una maggiore virtuosità: oggi infatti quell’accordo storico non sarebbe ancora esaustivo per arginare il riscaldamento globale. Gli scienziati ci dicono che non possiamo aumentare le temperature di oltre 2 gradi Celsius. Ma le tendenze puntano oltre i 3 gradi Celsius. Per questo è necessario fare di più”. Sarà indispensabile cambiare rotta dunque, sia nel settore energetico che in quello economico.

Con questo sistema economico e lo stile di vita attuale – ha detto Galletti – non possiamo andare avanti. L’Italia lo sa e con la Strategia energetica nazionale (Sen) abbiamo scritto che chiuderemo le centrali a carbone entro il 2025. Ce lo possiamo permettere perché in tutti questi anni abbiamo fatto un lavoro, raggiungendo gli obiettivi europei del 2020”. Certo le parole del ministro sono ottimistiche, ma dare l’addio al carbone è stata una scelta importante. La nascita della Global alliance to power past coal mostra la volontà di passare ad un sistema energetico a basse emissioni di carbonio. “Siamo francamente orgogliosi che il nostro Paese abbia co-promosso un’alleanza internazionale che si propone un’azione positiva per accelerare l’uscita dal carbone e imporre così una drastica riduzione delle emissioni in tempi brevi”, ha detto Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia del Wwf Italia, da Bonn.

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Il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti al G7 Ambiente di Bologna.

Ma con l’attuale obiettivo posto dalla Sen, la riduzione delle emissioni si fermerebbe al 40 per cento. “Mentre per raggiungere gli obiettivi al 2030 dettati dall’Accordo di Parigi, dovremmo ridurre la CO2 del 55 per cento“, si legge nell’ultimo rapporto di Legambiente “Roadmap al 2030”. Per raggiungere questo traguardo “l’eolico dovrà almeno raddoppiare la potenza installata, mentre il solare fotovoltaico è chiamato ad aumentare la potenza di almeno 3 volte rispetto a quella attuale”. Ovvero la potenza installata dovrà aumentare di 3 GW l’anno, a differenza degli attuali 350 MW l’anno.

“Questo studio dimostra che l’Italia ha tutto l’interesse ad essere in prima linea nella sfida della sostenibilità, con obiettivi coerenti e più ambiziosi, che vanno a vantaggio delle imprese e dei cittadini, oltre che dell’ambiente”, ha dichiarato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. “Grazie alle tecnologie di cui disponiamo, già oggi possiamo immaginare un futuro fossil free. Un futuro attraente e possibile fatto di case efficienti che si autoproducono l’energia e la scambiano, una mobilità sempre più elettrica e sostenibile con tram, metro e piste ciclabili, una industria innovativa e una agricoltura legata al territorio e avanzata nella produzione di biometano. La decarbonizzazione non è solo l’unica strada possibile per combattere i cambiamenti climatici, ma è anche una grande opportunità di modernizzazione e sviluppo del Paese”.

Un nuovo sistema economico, circolare ed equo

Non c’è dubbio che, per raggiungere gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi chiesti a gran voce dal mondo scientifico e dalla società civile – a Bonn è stata forse la parte più attiva e preparata durante i negoziati -, il sistema economico debba cambiare profondamente. Un sistema non più basato sulla crescita infinita, piuttosto su un benessere condiviso, in equilibrio con le risorse finite del pianeta. È ciò che propone il professor Tim Jackson, nella nuova edizione di “Prosperità senza crescita”, pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente.

“Ci sono varie strategie in campo [per cambiare modello produttivo, ndr] tra cui quella sull’economia circolare. Dobbiamo impiegare meno materie prime, o diverse da quelle utilizzate finora, con cicli produttivi all’interno dei quali siamo in grado di consumare meno energia o energia rinnovabile, fino ad arrivare a prodotti in grado di essere riciclati al 100 per cento”, ha sottolineato Galletti. Una sorta di quarta rivoluzione industriale, non un ritorno al Diciottesimo secolo.

E per svincolarsi dal concetto di crescita, un primo passo è stato fatto: “Per la prima volta abbiamo introdotto i Bes, gli indici di Benessere Equo e Sostenibile: vuol dire che non misureremo più il Pil (Prodotto interno lordo) solo in base alla produzione, ma sui fattori sociali che quel Pil determina, cioè se ha diminuito povertà e diseguaglianze”, ha spiegato Galletti, sottolineando il fatto che sia stato fatto un grosso valore per valutare “il valore del capitale naturale. Il nostro è enorme, abbiamo una biodiversità infinita. Se siamo cresciuti e contestualmente abbiamo diminuito il nostro patrimonio naturale non va bene, la crescita deve essere sostenibile”.

Le potenzialità dell’Italia per essere una dei protagonisti nella decarbonizzazione dell’economia e dell’energia nei prossimi decenni ci sono, seppur con qualche lacuna. Ci vorranno scelte politiche coraggiose, capaci di puntare su rinnovabili ed efficienza energetica, per puntare ad una crescita sostenibile reale, che non rimanga appannaggio dei soli addetti ai lavori.

 

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