Come sarà l’energia del futuro in Italia e nel mondo, tra rinnovabili e stoccaggio

Le fonti di energia rinnovabile e i sistemi di stoccaggio e accumulo dell’energia rivoluzioneranno il settore a partire dai prossimi anni. Ma i combustibili fossili sono duri a morire a causa delle sovvenzioni. Ecco come sarà l’energia del futuro.

di Cecilia Bergamasco e Valentina Neri

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un forte cambiamento dello scenario energetico mondiale, impensabile fino a pochi anni fa. Le fonti rinnovabili stanno conquistando la scena, incrementando in modo inaspettato la nuova capacità installata, i sistemi di stoccaggio di energia diventeranno la chiave di volta del settore, mentre i combustibili fossili, primo tra tutti il carbone, stanno prendendo la via del declino, unica eccezione il gas naturale che sembra essere la regina della transizione energetica, grazie anche alle continue sovvenzioni. Ad aiutare la transizione energetica verso l’obiettivo “emissioni zero” è anche lo scenario finanziario, sempre più numerose le compagnie che disinvestono dai combustibili fossili perché ritenuti un business ormai in fase calante senza nessuna prospettiva. 

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Le energie rinnovabili attraggono sempre più investimenti ©Joe Raedle/Getty Images

Come cambiano gli equilibri tra le fonti di energia

Entro il 2040 le fonti di energia rinnovabile soddisferanno il 40 per cento della domanda di energia. A dirlo è l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) nel suo ultimo report World energy outlook 2017. La crescita della potenza rinnovabile è dovuta all’innovazione tecnologica che ha fatto aumentare l’efficienza di produzione e alla drastica caduta dei prezzi, in particolare per energia eolica ed energia solare. Nel 2017 è stato raggiunto il minimo storico per il costo dell’elettricità prodotta dal fotovoltaico, 1,5 centesimi di euro al chilowattora, un valore che ha letteralmente stracciato il prezzo minimo già da record del 2016.

Tra le rinnovabili, l’energia solare diventerà la fonte più economica per generare elettricità, soprattutto in Cina e in India, mentre in Europa sarà l’eolico a detenere il record di economicità e a partire dal 2030, grazie a una crescita combinata di onshore e di eolico offshore. L’energia dal vento potrebbe così diventare la principale fonte di energia elettrica nell’Unione europea in un mix energetico dove le rinnovabili dovrebbero salire fino all’80 per cento.

A livello mondiale il grande cambiamento lo segnerà la Cina, dove la trasformazione economica vede crescere il settore dei servizi, mentre il comparto dell’industria pesante sta vivendo una fase di contrazione. In termini energetici questo significa, una maggiore gestione della domanda di energia, con aumento dell’efficienza e un mix energetico con fonti più pulite.

Il ruolo fondamentale dello stoccaggio di energia

Ruolo determinante lo giocherà lo storage, ovvero la possibilità di stoccare l’energia prodotta da fonti rinnovabili e per questo non programmabili. Secondo le previsioni di Bloomberg new energy finance (Bnef), il mercato delle batterie aumenterà di sei volte dal 2016 al 2030, arrivando a 125 gigawatt (GW), pari a 305 gigawattora (GWh). Parliamo di un investimento nel settore di 86,5 miliardi di euro da qui al 2030. Saranno otto i paesi che guideranno il settore: Australia, Cina, Germania, India, Giappone, Corea del Sud, Usa e Regno Unito dove verrà installato il 70 per cento della capacità. 

Le compagnie assicurative europee finanziano l'estrazione di carbone
La gigantesca miniera di carbone di Jaenschwalde, vicina a Cottbus, in Germania. Foto di Sean-Gallup/GettyImages

La crisi del carbone in Europa e nel mondo

Il carbone è destinato a diminuire drasticamente sulla scena energetica mondiale. Le cause di tale declino sono prima di tutto economiche e in seconda battuta ambientali. Sempre più compagnie e istituzioni decidono di disinvestire da questa fonte fossile, perché considerata economicamente poco affidabile soprattutto sul medio lungo periodo. È il caso del fondo più grande al mondo, il Fondo sovrano norvegese, che addirittura oltre ad abbandonare gli investimenti nel carbone ha deciso di ridurre l’esposizione anche in petrolio e gas.

Alla Cop 23 di Bonn, la Powering past coal alliance un’alleanza internazionale di quasi 30 stati ha deciso di uscire dal carbone entro il 2030, dando tempo fino al 2050 per i paesi meno sviluppati. A questa alleanza non hanno aderito i paesi maggiormente dipendenti dal carbone, come Germania, Polonia, Stati Uniti e Russia. L’Italia, che ha invece sottoscritto la dichiarazione dell’alleanza, con il varo della Strategia energetica nazionale (Sen) ha annunciato di abbandonare il carbone entro il 2025. L’impegno a non ricorrere più al carbone arriva anche da 23 grandi imprese a livello mondiale, come Unilever, BT, Marks & Spencer e Virgin Group, ma nessuna italiana, che si sono unite alla Powering past coal alliance. Peccato che nell’elenco non compaia nessuna società italiana. Per finire con la Cina che all’inizio di quest’anno ha deciso di bloccare ben cento progetti di centrali a carbone, dei quali 47 erano già in costruzione.

Il neo della Polonia

Purtroppo non sono tutte rosse e fiori, ancora nel 2017 c’è chi continua a investire sul carbone, è di questi giorni l’annuncio dell’avvio dei lavori per la costruzione della centrale a carbone più grande di Europa, e verrà costruita – guarda caso – proprio in Polonia. L’associazione tedesca Urgewald ha creato un database disponibile sul sito www.coalexit.org con l’elenco delle aziende che sostengono la costruzione di nuovi impianti a carbone, oggi sono 120 le società che stanno attivamente puntando sul carbone con oltre 1.600 le nuove centrali progettate o in fase di realizzazione a livello mondiale, per un totale di 840mila megawatt di potenza.

eolico
Scenario 100 per cento rinnovabili al 2050 ©Unsplash

Un mondo alimentato 100% rinnovabili, prove tecniche

Sempre più Paesi stanno investendo sulle fonti rinnovabili, c’è chi addirittura si è dato l’obiettivo di arrivare a uno modello energetico alimentato 100 per cento da fonti rinnovabili. È il caso dei 48 stati che aderiscono al Climate vulnerable forum, che lo scorso anno, in occasione della Cop 22 di Marrakech hanno deciso di diventare stati alimentati solo a rinnovabili entro il 2050. Ovviamente si tratta degli stati maggiormente minacciati dai cambiamenti climatici. C’è però chi questo obiettivo l’ha già raggiunto. È il caso della Costa Rica che nel 2017 ha prodotto energia per oltre 300 giorni con sole fonti rinnovabili, soprattutto idroelettrico, ma anche eolico e geotermico.

Ma come sarebbe un mondo alimentato solo da fonti rinnovabili? Ha provato a ipotizzarlo uno studio condotto da 26 ricercatori delle Università di Stanford, Berkeley, Berlino e Aarhus diretti dal professor Mark Jacobson. Secondo i ricercatori 139 paesi, Italia compresa, hanno tutte le potenzialità per diventare 100 per cento rinnovabili entro il 2050, ma lo scenario Wind, water and sunlight (Wws) che prevede di alimentare tutto solo con fonti rinnovabili, è raggiungibile all’80 per cento già nel 2030.

Questo permetterebbe di creare 24,3 milioni di posti di lavoro permanenti in aggiunta a quelli esistenti del settore green e di evitare la morte prematura per inquinamento di 3,5 milioni di persone all’anno al 2050. Senza contare che si avrebbe un risparmio sui costi dell’inquinamento di 22.800 miliardi di dollari l’anno e sugli effetti climatici di 28.500 miliardi di dollari l’anno.

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Gli investimenti in energia nel 2016. Fonte: Aie

Gli investimenti in rinnovabili sorpassano petrolio e gas

I dati ufficiali più recenti sugli investimenti nel settore energetico sono stati pubblicati nel mese di luglio 2017 dalla Aie. Nel 2016 sono stati investiti poco più di 1.700 miliardi di dollari nell’energia, pari al 2,2 per cento del prodotto interno lordo globale. Si tratta, in termini reali, del 12 per cento in meno rispetto al 2015.

Il 2016 però si fa notare per un sorpasso storico: quello delle rinnovabili su petrolio e gas, in picchiata dagli 873 miliardi di dollari dell’anno precedente a “soli” 649 miliardi. Cala anche il carbone, da 66 a 59 miliardi di dollari. La produzione e distribuzione di energia elettrica attira risorse pari a 718 miliardi di dollari (con una lieve flessione rispetto al 2015): il 41 per cento di questa cifra è rappresentato dalle fonti rinnovabili. Gli investimenti in efficienza energetica, intanto, aumentano del 9 per cento rispetto al 2015.

Leggi anche: Efficienza energetica, Italia imbattibile in Europa

Il 21 per cento degli investimenti globali è diretto in Cina, che vede però un tracollo del carbone (meno 25 per cento in un anno), compensato dall’efficienza energetica, dalle rinnovabili e dall’ammodernamento delle reti. Al secondo posto gli Stati Uniti, tallonati dall’Europa. Seguono, a distanza, India, Russia e Sudest Asiatico.

Conferenza "Clean energy financing"
La conferenza di alto livello “Clean energy financing” che si è tenuta a Bruxelles.

Servono 400 miliardi l’anno per una decarbonizzazione “a metà” dell’Europa

Il 2017 è stato l’anno in cui l’Europa ha presentato il pacchetto energia su cui basare le sue politiche dal 2020 al 2030. Gli obiettivi ricalcano quelli fissati nel 2014: ridurre le emissioni di gas serra del 40 per cento rispetto al 1990, incrementare al 27 per cento la quota di energia da fonti pulite, migliorare l’efficienza energetica (solo in questo caso Bruxelles si spinge un po’ più in là rispetto al 2014, passando dal 27 al 30 per cento).

Ma come si possono tradurre questi obiettivi in termini finanziari? Ha provato a dare una risposta la conferenza Clean energy financing, promossa a novembre dal presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Per “decarbonizzare” l’Unione europea servono circa 400 miliardi di euro l’anno dal 2021 al 2030, ben 177 miliardi di euro in più rispetto a quanto stanziato finora. Impensabile affidarsi soltanto ai fondi pubblici, è evidente che i capitali privati devono entrare in gioco in modo sempre più strutturale. Da parte sua, l’Unione promette di fare piazza pulita di tutti gli ostacoli, smettendo di finanziare qualsiasi infrastruttura energetica che sia in contrasto con la decarbonizzazione. Con una sola, significativa eccezione: il gas naturale, su cui l’Unione punta per accompagnare la transizione energetica. Una scelta che ha scatenato le critiche delle associazioni ambientaliste e addirittura delle grandi utility, che da tempo stanno focalizzando in modo strutturale i propri investimenti sulle rinnovabili.

l’Italia cresce con un’economia sostenibile in grando di creare lavoro

Per l’Italia il 2017 è stato l’anno della strategia energetica nazionale, la Sen, presentata a novembre. Pochi giorni dopo, al Decimo forum di QualEnergia di Roma, l’associazione ambientalista Legambiente ha ribadito la sua proposta per rendere l’Italia un paese neutro dal punto di vista delle emissioni di CO2, tramite un report realizzato da Elemens.

La Sen si allinea all’obiettivo vincolante posto dall’Unione europea , ovvero meno 40 per cento di emissioni entro il 2030, puntando sul gas come fonte per la transizione energetica. Questo, però, secondo Legambiente non è sufficiente per limitare l’aumento delle temperature medie globali tra gli 1,5 e i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, come richiede l’Accordo di Parigi. Secondo l’organizzazione ambientalista, bisogna puntare molto più in alto: a un meno 55 per cento delle emissioni.

Secondo il report, questo scenario si può rivelare un volano per la nostra economia. Innanzitutto, evita un consumo di combustibili pari a 49 Mtep/anno al 2030, cosa che ha due conseguenze di segno opposto sui bilanci pubblici. Da un lato, lo Stato ogni anno spende 20 miliardi di euro in meno per acquistare petrolio, gas e carbone. Dall’altro lato, incassa meno accise sui prodotti petroliferi (il minor gettito è stimato in 14,9 miliardi euro l’anno). Il saldo quindi è positivo, con un risparmio di circa 5,5 miliardi di euro l’anno. E non è finita qui. Decarbonizzare l’economia significa anche limitare i sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili. Non stiamo parlando di cifre trascurabili, anzi: il ministero dell’Ambiente ha stimato che, nel 2016, questi incentivi abbiano raggiunto gli 11,6 miliardi di euro.

Lo scenario al 2030 proposto da Legambiente, inoltre, può innescare investimenti nel settore energetico pari a 233 miliardi di euro (un terzo in più rispetto a quanto previsto dalla sen). Al crescere degli investimenti, cresce il potenziale in termini di occupazione. Legambiente arriva a stimare 2,7 milioni di nuovi posti di lavoro, tra tempo determinato e indeterminato, legati soprattutto all’efficienza energetica.

Fossil free
Nel 2018 si aspettano nuovi disinvestimenti nelle fonti fossili.

Come sarà l’energia nel 2018?

La strada è ormai tracciata, perfino Cina e India stanno puntando alla transizione energetica, seppure con ancora parecchie luci e ombre. Ma i segnali ci sono, tanto che il Paese del dragone ha avviato il più grande mercato al mondo delle emissioni di gas serra con 3,5 gigatonnellate di CO2, pari a un terzo delle emissioni prodotte dai 1.700 impianti cinesi.

La scheggia impazzita dei prossimi anni rimane il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul quale è difficile fare previsioni, ma un dato di fatto è che grandi stati americani come la California si sono sganciati da lui e hanno definito il loro per l’attuazione dell’Accordo di Parigi.

Nei primi mesi del 2018, l’Europa lancerà il pacchetto Clean energy sul quale è in corso una sfida accesa tra i sostenitori (e finanziatori) delle fossili che puntano ad abbassare i target di energia rinnovabile sul mix energetico europeo puntando ancora sul carbone e chi, invece, vuole alzare questi target fino al 30 per cento. Alla fine siamo certi vincerà il buon senso: l’energia del futuro è rinnovabile.

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