Calo della produzione, aumento della mortalità nei campi, ricadute sui diritti dei lavoratori: un report di Terra ed EStà fotografa l’impatto della crisi climatica sull’agricoltura e propone delle soluzioni.
In uno scenario di emissioni elevate e 2°C di riscaldamento globale, la produzione agricola sarebbe altamente minacciata in 64 paesi contro i 20 attuali.
Entro il 2045 quasi tre quarti della produzione agricola mondiale sarà minacciata dal caldo in aumento con conseguenze per i lavoratori nei campi e per le principali colture chiave. A dirlo è un’analisi di Verisk Maplecroft, società inglese di consulenza strategica e di rischio globale, che ha misurato 51 diversi rischi per 198 paesi in 80 settori.
Secondo i dati analizzati, l’agricoltura è risultata il settore più a rischio a causa del clima. Entro una generazione, una combinazione di temperature e umidità globali in aumento renderà il lavoro all’aperto sempre più difficile e persino pericoloso per la vita, con implicazioni significative non solo per la salute della forza lavoro agricola, ma anche per la produzione alimentare nelle principali economie come India, Brasile, Cina e Stati Uniti.
La produzione agricola è già minacciata attualmente in venti Paesi, numero che sale a 64 nelle condizioni climatiche future prese in considerazione dall’analisi – uno scenario climatico RCP8.5, ovvero di crescita delle emissioni ai ritmi attuali, e di 2°C di riscaldamento globale al di sopra dei livelli preindustriali entro la metà del secolo – con conseguenze sul 71 per cento della produzione alimentare globale e in particolare su colture come riso, cacao e pomodori che saranno tra le più colpite.
“Se le emissioni rimangono incontrollate e le temperature continuano a salire, le interruzioni estreme legate al calore nelle catene di approvvigionamento alimentare globali diventeranno sempre più comuni”, ha affermato Will Nichols, analista specializzato in questioni climatiche. “Questo aumenterà ulteriormente i prezzi, metterà a dura prova le economie e spingerà milioni di persone verso la fame”.
Nove dei dieci paesi che si prevedono saranno più minacciati dal clima si trovano in Africa: tra i più a rischio il Ghana (il secondo produttore mondiale di cacao), il Togo e la Repubblica Centrafricana. L’India è il primo grande produttore agricolo a rischio come già è risultato evidente con l’ondata di caldo che ha bruciato i raccolti la scorsa primavera che ha avuto come conseguenza lo stop alle esportazioni di grano. La situazione sarà grave anche in Sudan, produttore mondiale di sesamo, in Burkina Faso, uno dei principali produttori di karitè, nelle coltivazioni di riso in Pakistan e Vietnam dove già si è sperimentato il lavoro notturno per evitare le temperature elevate del giorno. Si prevede che il Brasile, il terzo produttore agricolo mondiale e una fonte primaria di alimenti di base tra cui arance, semi di soia e canna da zucchero, entrerà nella categoria di rischio estremo entro una generazione.
Nel continente europeo sarà il Montenegro a registrare il rischio più elevato, salendo al 52esimo posto dal 127esimo attuale, mentre l’Italia passerà dal 143esimo posto attuale di rischio medio all’82esimo posto di rischio alto.
Negli Stati Uniti, il principale esportatore agricolo mondiale, e in Cina, il più grande produttore agricolo del mondo, gli impatti dello stress termico varieranno da stato a stato e da provincia a provincia. Il caldo potrebbe rappresentare un rischio estremo per l’agricoltura in 11 stati meridionali e sudorientali degli Stati Uniti entro il 2045, rispetto a uno solo di oggi, con lo scenario peggiore previsto in Florida, dove si producono arance e pomodori tanto che, se si considerasse la Florida come un singolo Paese, entro la metà del secolo sarebbe il settimo paese a più alto rischio delle Americhe, con prestazioni peggiori di Nicaragua, Guyana e Colombia.
In Cina, i cambiamenti climatici rappresentano già un rischio estremo per l’agricoltura di Hainan, Guangdong, Guangxi e Fujian. Si prevede che altre sei province entreranno nella categoria di rischio estremo entro il 2045, comprendendo la maggior parte della principale regione cinese di coltivazione del riso.
“Le aziende e gli investitori devono essere consapevoli che nelle economie altamente agrarie le interruzioni della produzione agricola avranno enormi implicazioni per la sicurezza alimentare, ma avranno anche un impatto sull’occupazione, sui redditi nazionali e sui rating del credito”, ha affermato Nichols. E questo, sottolineano gli esperti, potrebbe innescare una serie di impatti secondari, dai disordini civili all’instabilità politica, dalla migrazione di massa alle violazioni dei diritti umani. Per questo i governi e le imprese di tutto il mondo devono tenere conto degli impatti immediati e secondari di temperature eccezionalmente elevate e in aumento nella loro pianificazione della resilienza.
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