Giornata mondiale dell’ambiente 2021. Tutti i metodi per guarire il Pianeta, ecosistema per ecosistema

Gli ecosistemi sono messi a dura prova, ma abbiamo ancora la possibilità di guarirli. La Giornata mondiale dell’ambiente 2021 è dedicata al ripristino.

Guarire il Pianeta. È questa la missione che deve guidare le nostre scelte d’ora in poi. L’Onu lo ribadisce con forza dedicando l’intero decennio 2021-2030 al ripristino degli ecosistemi, filo conduttore che accomuna i due appuntamenti chiave di questo anno inaugurale: la Giornata della Terra del 22 aprile e la Giornata mondiale dell’ambiente del 5 giugno. Proprio in vista della ricorrenza di giugno è stata pubblicata una vera e propria guida pratica alle strategie di ripristino dei sette ecosistemi fondamentali.

Foreste e alberi

Tra il 2004 e il 2017 nel mondo sono stati deforestati 43 milioni di ettari, all’incirca l’estensione dell’Iraq. Nel solo 2020 sono stati cancellati 4,2 milioni di ettari di foreste primarie umide tropicali, particolarmente preziose per la tutela della biodiversità e la mitigazione dei cambiamenti climatici; in termini di emissioni di CO2, è come aver messo in circolazione 570 milioni di automobili in più. Come possiamo ripristinare questi ecosistemi? La prima risposta, la più intuitiva, è quella di piantare nuovi alberi. Intuitiva sì, ma non per questo semplice: perché bisogna scegliere le specie giuste, al posto giusto e al momento giusto, e poi prendersene cura nel tempo.

Trillion trees, una joint venture tra il World wildlife fund (Wwf), Birdlife international e la Wildlife conservation society (Wcs), fa sapere che a partire dal Duemila è ricresciuta una foresta di 22-25 miliardi di alberi, grande come la Francia (59 milioni di ettari) e capace di assorbire 5,9 gigatonnellate di CO2 equivalente, pari a quelle dell’intera economia statunitense. I luoghi-simbolo di questa vittoria ambientale sono la foresta atlantica, in Brasile (4,2 milioni di ettari in più), e le foreste boreali della Mongolia tradizionale (1,24 milioni di ettari). Solo in minima parte, però, questi alberi sono stati piantumati. Molto più spesso l’uomo ha creato le condizioni giuste per permettere alla natura di fare il suo corso (il cosiddetto rewilding) oppure ha attivato progetti di ripristino degli ecosistemi forestali.

Fiumi e laghi

Inquinamento da sostanze chimiche o da rifiuti plastici, pesca eccessiva, scavi minerari, prelievo di acqua e di sabbia dai fondali, canalizzazione: sono innumerevoli le minacce che incombono su laghi e corsi d’acqua. Si stima che a livello globale sia andato perduto l’87 per cento delle zone umide, che una specie di acqua dolce su tre sia a rischio di estinzione e che appena un terzo dei maggiori fiumi del mondo sia rimasto a scorrimento libero, senza dighe e infrastrutture.

Se è vero che i problemi sono tanti, però, è vero anche che l’Onu propone tante soluzioni per il ripristino. Per esempio ripulire i corsi d’acqua, come intende fare Interceptor, l’innovativo macchinario sviluppato da Ocean Cleanup; o come, più in piccolo, stanno già facendo cittadini appassionati a bordo dei loro kayak. È utile anche creare punti di accesso ad hoc per le barche, gli animali o le persone, e piantare specie autoctone, magari creando zone-cuscinetto che separino i fiumi o i laghi dalle possibili fonti di inquinamento, come le fabbriche della zona. Le varie attività antropiche vanno progettate tenendo conto delle esigenze degli ecosistemi, il che significa per esempio evitare lo sversamento di rifiuti industriali e ridurre al minimo l’impiego di pesticidi e fertilizzanti di sintesi in agricoltura. Ancora più incisiva è l’istituzione di aree protette. Da questo punto di vista c’è una buona notizia: è stato raggiunto l’obiettivo di tutelare e proteggere il 17 per cento degli ecosistemi terrestri (inclusi quindi fiumi e laghi), per un totale di 22,5 milioni di chilometri quadrati, all’incirca l’equivalente di Israele.

Traslocazione dei bufali sull'isola di Ermakov
Il progetto di restauro ecologico del delta del Danubio, la più grande area umida d’Europa, prevede il recupero e la rinaturalizzazione di circa 400 chilometri quadrati tra Romania, Moldavia e Ucraina © Andrey Nekrasov/Rewilding Europe

Aree urbane

Nonostante il traffico e il cemento, anche le città sono ecosistemi e dalle loro condizioni dipende la nostra qualità della vita. A lungo la pianificazione urbana ha tenuto ben poco in considerazione la natura, ma la sensibilità sta cambiando e le azioni di ripristino possono aiutare. La sfida di rendere più verdi gli spazi pubblici è stata raccolta da Parigi, che vuole trasformare gli Champs-Élysées in uno “straordinario giardino”, così come dalla città costaricana di San José, attraversata da corridoi verdi dove gli insetti impollinatori prosperano. L’Onu ricorda quanto sia importante il coinvolgimento attivo dei cittadini, anche per costellare le città di micro-ecosistemi come orti e foreste urbane.

Oceani e coste

I nostri mari e oceani soffrono a causa dell’inquinamento da plastica, del riscaldamento globale, della pesca eccessiva e dell’acquacoltura insostenibile. È arrivato il momento di alleviare la nostra pressione su di essi, ripristinarli e renderli più resilienti di fronte all’avanzata dei cambiamenti climatici. Le azioni caldeggiate dall’Onu vanno dal clean-up (o, meglio ancora, dalla riduzione a monte della quantità di rifiuti generati) alla protezione e al ripristino degli ecosistemi marini e costieri. È il caso delle praterie sottomarine che, nello stoccaggio di CO2, sono 35 volte più veloci rispetto alle foreste. Secondo i dati dell’Unep, ogni mezz’ora nel mondo ne va distrutta un’area estesa come un campo da calcio. Più in generale, bisogna porsi in modo più consapevole nei confronti degli oceani e delle loro risorse. Siamo ancora piuttosto lontani da questa mentalità, considerato che la pesca a strascico emette tanta CO2 quanta il trasporto aereo e anche nel “nostro” Mediterraneo il 40 per cento della pesca è illegale.

La pesca a strascico libera il carbonio immagazzinato dei fondali marini © Dan Kitwood/Getty Images

Pascoli e aree agricole

L’Onu ci ricorda che la produttività del suolo può, anzi deve, andare di pari passo con la sua salute. Cio diventa possibile con una gestione intelligente che faccia perno sulle soluzioni che la natura stessa si offre, come i metodi biologici per il controllo dei parassiti, i fertilizzanti organici, la biodiversità agricola, la reintroduzione di piante e animali autoctoni. D’altra parte, numerosi studi scientifici hanno attestato l’impatto negativo dei pesticidi sugli insetti impollinatori e anche sugli organismi del sottosuolo. È indispensabile mantenere le aree lungo i fiumi così come sono, evitando di convertirle in coltivazioni, così come scegliere tecniche di pascolo che non sfruttino in modo eccessivo il suolo. Di recente ha fatto il suo debutto una nuova disciplina scientifica, l’agroforestazione, che studia le consociazioni tra alberi forestali e specie agrarie e i servizi ecosistemici offerti dai sistemi complessi.

Montagne

Svariate iniziative per il ripristino degli ecosistemi possono essere declinate anche sulle montagne, particolarmente vulnerabili all’influenza dell’uomo e del clima, ma anche particolarmente preziose perché ospitano la maggior parte degli hotspot di biodiversità del Pianeta e forniscono acqua dolce a metà della popolazione globale. Tra le azioni proposte dall’Onu per guarire il Pianeta ci sono il recupero delle foreste con la piantumazione di nuovi alberi, i limiti alle operazioni minerarie, le tecniche di coltivazione sostenibili. Considerata la velocità dei cambiamenti climatici, costruire corridoi ecologici tra aree collocate a diverse altitudini permette alle specie di migrare verso un habitat più adatto a loro. Corridoi come il Terai art landscape, tra India e Nepal, o come la Cintura verde transeuropea che attraversa più di 8.500 chilometri, dalla Finlandia alla Grecia. La guida scritta per la Giornata mondiale dell’ambiente 2021 sottolinea che è una buona idea farsi guidare dai saperi ancestrali dei popoli indigeni, profondi conoscitori e abili custodi del loro territorio.

Torbiere

Nostre fedeli alleate nella lotta contro i cambiamenti climatici sono le torbiere, cioè i terreni acquitrinosi, che coprono appena il 3 per cento delle terre emerse ma contribuiscono al 30 per cento della CO2 assorbita dal suolo. Eppure, vengono prosciugate per essere convertite a terreni agricoli, per costruire infrastrutture o per le estrazioni minerarie e petrolifere, senza nessun riguardo per il loro delicato equilibrio. Come accadrà nella Repubblica Democratica del Congo se andrà avanti il colossale piano di sfruttamento delle risorse petrolifere custodite nel sottosuolo.

L’Onu esorta a includere anche le torbiere tra le aree protette, limitare il più possibile l’intervento umano e piantumare specie autoctone per accelerarne il recupero. È necessario anche arginare i drenaggi, chiudendo i canali di scolo e rallentando i flussi d’acqua con barriera naturali costituite da pietre e alberi. Un esempio da seguire è l’Irlanda, impegnata da anni in un massiccio piano di ripristino di 3mila ettari di aree paludose.

 

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